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CORALLO – Storia e arte dal XV al XIX secolo – di Enzo Tartamella

La copertina del libro

Cari amici, vi presento un libro particolare di quelli che a tutti piacerebbe avere nella propria libreria in quanto, per l’argomento trattato, ritengo sia una pietra miliare della nostra tradizione. Nel relativo album troverete una raccolta di foto 20 sulle 126 contenute nel libro, con relativa descrizione, di lavori dove primeggia il corallo lavorato dagli artisti corallari trapanesi. Non tutti i capitoli, per volontà dell’autore, sono completi, in quanto il libro è ancora in vendita.

CORALLO – Storia e arte dal XV al XIX secolo
curato dal giornalista Enzo Tartamella

dalla prefazione dell’autore:

Inseguendo radici ormai capillari, per spiegarmi un presente che mi appare alquanto angusto, ho imboccato la strada della ricerca e ho individuato nell’arte della lavorazione del corallo una pista ben percorribile per raggiungere una verità.

Una mia verità, perché non ne conosco una obiettiva al di sopra della visuale individuale, dal momento che anche la fede al di fuori di noi è opinione.
Mi sono chiesto: come può disperdersi un patrimonio che non fu solo di un settore artigianale, ma appartenne e coinvolse un’intera città?
La mia ricerca prescinde dall’inutile velleità di riscoprire e tonificare un prestigio dimenticato, ma vuole comprendere come un cosi grande patrimonio culturale appartenuto ad una collettività sia andato disperso, quasi senza rimpianto.



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L’intervista di Vito Accardo a Enzo Tartamella


Rimpiazzato da cosa? è possibile che ad una cultura subentri una non cultura?
Dire che questa verità io l’abbia raggiunta in 320 pagine tipografiche è inesatto, perché lo spettro era e rimane troppo ampio per essere imbrigliato nello spazio angusto di un volume.
Tutto il fenomeno è stato visto e analizzato con catarsi psicanalitica, senza indulgere a generosità campanalistiche. Anzi è stato inquadrato nell’ambito mediterraneo, perché resta consolidato che qualsiasi fenomeno di storia locale può essere decifrato solo se analizzato in un piu vasto contesto territoriale contemporaneo.
Né l’arte del corallo restò ghettizzata nei confini culturali trapanesi, dal momento che fu influenzata dal manierismo e poi dal barocco diffi.1samente seguiti in tanti altri campi in tutta Europa.
Il corallo fu oggetto vivo e diffuso di commercio e tangibile ricchezza per artigiani e mercanti. Coinvolse il popolo minuto e affascinò illustri mecenati e collezionisti.
Il transito da simbolo fideista a materia prima per l’arte si coniuga bene con l’intervento delle maestranze trapanesi che elevarono le prerogative del corallo che prima d’allora era solo un simbolo esoterico. E la diversificazione fu notevole se si pensa che il corallo aveva trovato una collocazione nella cultura popolare proprio in funzione (e soltanto per questo) delle sue virtu apotropaiche e filateriche.
Sinergie spontanee e imponderabili determinarono la nascita di quest’arte, che non fu dunque generata da un solo comparto (singolarità nominale giacché esso implicava l’impegno di centinaia di uomini), ma la risultante di collaborazione e cooperazione culturale di piu settori.
Per quattro secoli questa osmosi, sorretta da una fede religiosa convinta e incondizionata, conferi fama internazionale ad artigiani orgogliosi, prima Genovesi, poi Trapanesi, quindi Marsigliesi, Livornesi e, da ultimo, Torresi.
La lavorazione scomparve dai centri dove (per cause differenti da luogo a luogo) non si esercitò piti la pesca; venendo a mancare la materia prima le botteghe non furono alimentate, comportando la crisi generale che per trasposizione meccanica passò appunto dalla pesca alla lavorazione. Sopravvisse in Campania, dove, senza soluzioni di continuità, pesca e lavorazione si esercitano dal XV secolo.
Quella della lavorazione del corallo non fu un’arte popolare giacché si delineò e si evolse senza spontaneismi, ma per evoluzione culturale e per erudizione.
Ma fu il popolo a mantenerne la tradizione per farla sopravvivere quando la borghesia relegò questa cultura al rango di moda.
Fu, comunque, in primo piano fra le arti minori, alla stregua della ceramica, del legno, del vetro, dell’avorio.
Confluenze etniche, coincidenze storiche e istanze locali crearono le condizioni migliori perché l’artigianato spontaneo di Trapani (nato sulla scia di incentivi mercantili introdotti dai Catalani e dai Genovesi) si incamminasse sulla via della scultura del corallo alla quale si interessarono anche collezionisti prestigiosi come Claudio Lamoraldo principe di Ligne. Il viceré di Sicilia (1671-1674) arricchì con prestigiosissime opere dell’arte trapanese, il suo castello a Boloeil dove sono custodite ancora oggi.
Il maggiore riconoscimento all’arte minore coltivata a Trapani fra la metà del XVI secolo e protrattasi fino al primo quarto del XIX secolo viene da Giovanni Tescione, napoletano, che resta il piti insigne studioso del settore.
La comparazione fra gli Statuti che le tre civiltà del corallo (Genova, Trapani e Napoli) si diedero testimonia lo status di ciascuna di loro, l’evoluzione culturale e il livello artistico raggiunti.
Oggi che i pescherecci dell’antica città falcata tornano a strappare rami dai fondali marini (a sud di Pantelleria e di Sciacca, nel Canale di Sicilia e a Melilla) si è posto il problema della ripresa della lavorazione. A fianco alla scuola dell’Istituto Addestramento Lavoratori (IAL) si pone l’iniziativa dell’Amministrazione Provinciale che intende dare al settore della lavorazione dei coralli l’antico prestigio storico per il recupero della tradizione (che avrebbe anche risvolti occupazionali per i giovani) con una struttura stabile e articolata.

Un sentito ringraziamento và fatto al prof. Vincenzo Di Stefano, dirigente scolastico dell’Istituto d’Arte – Sez. Corallo, per avermi dato la possibilità di conoscere questo meraviglioso libro ed all’autore Enzo Tartamella per avermi autorizzato la pubblicazione, anche se parziale.

LE FOTO DEL LIBRO OLTRE LE TAVOLE

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