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Oliviero Tacchella da Pavia su ELIODORO LOMBARDI

 

Invio a voi un testo magnifico di Eliodoro Lombardi, cittadino Trapanese, nel quale il poeta, magnifico visionario e profeta, legge il destino delle nobili anime a contrasto con la pochezza dei molti che giorni felici e Patria hanno devastato. Si leggano, maxime, le righe in grassetto evidenziate; in esse parole valide oggi più ancor di ieri. Coltivate del Lombardi la superba memoria; sarà ascritto a onore Vostro e della Vostra altrettanto nobile città. – Ringrazio ll signor Tacchella per l’invio.


AI SUPERSTITI DI CALATAFIMI

Così, prodi, così lasciaste a noi
  D’una patria il retaggio;
  L’avvenir vi darà nome di eroi,
    Ma il presente, più saggio,

Vi gracida così: «Dell’Ideale
  Colmi la mente e il petto,
  Poeti foste, e il senso del reale
    In voi fece difetto.

Sangue spendeste, e seminaste in cento
  Campi le vostre carni
  Lacere; ad ogni rischio, ad ogni stento,
    Rotti, squallidi, scarni,

Movendo incontro: e poi che, al fin vinceste
  Ed afferraste il lido,
  Voi, d’ltalia fattor, voi non coglieste
    Tanto da farvi il nido.

Per l’irto orgoglio, che, turgido flutto,
  Vi precluse ogni via,
  Voi l’albero piantaste, ed altri il frutto
  Ne ciba. Or ben vi stia.

Ben vi stia se un tugurio ed uno strame
  Vi prodiga la sorte,
  Se di voi ride il mondo, e se la fame
    Batte alle vostre porte.

Esser leone è ben, ma un po’ di volpe
  Ci vuol dentro il cervello…
  Le provvide malizie non son colpe:
    Lo scrisse il Machiavello.

Apprender l’arte ben sagace e fina
  Di chi volvesi e gira
  Ora a destra, ora a centro, ora a mancina,
   Secondo il vento spira;

Parteggiar pel successo e pel banchetto
  Della prospera sorte;
  Starsene queto, avviticchiato e stretto
    Sempre, sempre al più forte:

Queste le norme onde abbrancar pel ciuffo
  L’instabil Dea, con queste
  Non è a temer vortici e gorghi, o buffo
    Di venti e di tempeste.


Con vele aperte, d’ogni pondo scarca,
  Fatta secura appieno,
  Con esse andrebbe omai la vostra barca
    Per mar fido e sereno,

Al porto andrebbe, ove i fastosi onori
  E la pingue Opulenza
  Stanno sul lito, e spande i suoi favori
    La fulgida Potenza.

L’alma felicità con tonda faccia
  E con amabil riso
  Ivi aprirebbe a voi le rosee braccia
    Baciandovi sul viso…

Invece ?… Uno stambugio, un pan stentato
  Ed una larva ardita:
  O malaccorti, è questo il vostro fato,
    Questa per voi la vita !…

Così vien recitando il piccioletto
  Vulgo a Voi, luminoso
  Rudero di battaglie; e Voi, con detto
    Fra beffardo e sdegnoso:

«E sia. Lustro ed onori al tumido pavone,
  La fiera solitudine e il deserto al leone.
L’aquila che in un cavo dell’alpi il nido ha fitto
  E che pugna, e che stenta a procacciarsi il vitto,
  Ma che spazia, che s’alza, che varca il monte, il piano,
  Che domina la selva, che affronta l’uragano,
E nel sole, esultando, nel sol che disfavilla,
  Beve la luce, beve senza muover pupilla;
Forse il lombrico invidia che nel limo si abbica
  E, pascendo a suo agio, di melma si nutrica ?
A ciascun la sua parte. Ad altri il nobil merto
  Di ben fiutare il vento, e ritrarsi al coperto,
  E in ogni dì foggiando nuovi e fallaci dei,
  Dicendo al sol : sei l’ombra, all’ombra il sol tu sei,
All’eterna Menzogna, all’immonda Sirena
  Curvar l’anima abbietta e la codarda schiena.
A noi balda e sincera la povertà che sdegna
  Le oblique arti e dei Buoso la svergognata insegna;
A noi l’aria, la luce, il mar selvaggio, e pura
  E fida amica, e madre, questa immensa Natura
Che ci mantien pur saldi muscoli e nervi, e dorso
  Franco di basto, e bocca libera e senza morso,
E capo cretto, e guardo securo, anima altera
  Che s’infrange, non piega, e coscienza intera.
A noi salir la rocca faticosa ove stende
  Le man rudi la gloria a chi tenace ascende :
A noi, nel pan stentato, dello stento l’ebbrezza
  Acre gustar, che a sensi alti l’anima avvezza,
E parerci una reggia la squallida stamberga
  Che, ignudi, è ver, ma onesti, ma liberi ci alberga.
Oh la pingue opulenza ! Oh gli onori fastosi!
  Ai mimi, ai mimi, ai lepidi Girelli; ai gloriosi
Gingillini del tempo a cui l’utile è nume,
  E trafficar dei martiri fin l’ossa han per costume.
A noi, grulli ed ingenui, basti, e fia molto, il dire,
  Coll’occhio intento ai vigili astri dell’avvenire,
Il dir fra le macerie e le infrante catene :
  La terza Italia è sangue, sangue di nostre vene.»

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