
QUANDO GLI EGIZIANI ERANO DI “CASA” AD ERICE
I KARDAKY DI ALESSANDRIA D’EGITTO
La nobiltà degli edifici ericini, semplici ed austeri nello stesso tempo, ha un impatto unico su chi li guardi.
Questa meraviglia urbanistica architettonica è stata modellata grazie al carattere degli ericini, ed ha contribuito a modellarne il carattere.
Il degrado, lo vediamo ogni giorno, si va espandendo qua e là per l’intero tessuto urbano, dove gloriosi edifici storici, cortili e giardini non più abitati, si trasformano in ruderi avvinti dall’edera e da sterpi che ne accelerano il dissesto.
Mi si potrà obiettare: sì, ma c’è il turismo?
Ma quale turismo?
Sporcizia dappertutto, e nessuno che se ne cura: non l’amministrazione comunale e neanche i conduttori delle numerose attività commerciali proliferate come funghi.
Transitando per le strade di Erice, travagliate dal passaggio e dai resti di bivacchi estivi di orde fameliche, mi sovvengono le parole del Cordici, che andava orgoglioso dell’immagine dignitosa che offriva il contesto urbano della sua città, e che si compiaceva dell’aspetto bianco e nitido delle strade.
E con rimpianto mi sovviene l’antica ordinanza dei Giurati, puntualmente di anno in anno rinnovata con apposito bando, che faceva obbligo ad ogni famiglia di tener pulito il tratto di strada antistante la propria abitazione, consuetudine che ricordo ancora viva fino ad alcuni decenni fa.
Bei tempi, quando Erice ti accoglieva col suo odore di pulito e di chiodi di garofano dei dolci appena sfornati.
E’ passato ormai quasi un secolo da quando Edoardo Caracciolo scoprì questa Città sul Monte, e dimostrò, con appassionato studio ed amorevole preoccupazione, che questo contesto ambientale rappresentava un esempio nobile e raro di civiltà “antica”, che i secoli ci consegnavano, dopo fortunose e talvolta drammatiche vicende.
Bisognava, ammoniva già allora il Caracciolo, che “erronee interpretazioni delle esigenze e del modo di vivere tipici del nostro tempo” non lo profanassero.
Fare rinascere Erice significa pertanto riportare in vita non solo gli edifici, ma anche tutte quelle attività artigianali, commerciali, ed anche istituzionali, in grado di ricreare condizioni socializzanti, condizioni capaci di sviluppare il senso di identità collettiva, il senso di appartenenza di chi risiede in questo magico luogo.
Ed invece è stata profanata anche la memoria storica di questa nobile città.
Uno dei luoghi di aggregazione collettiva , nel quale gli ericini si identificavano quali appartenenti ad una polis gloriosa, era la Piazza della “Loggia”, come tuttora viene intesa nella parlata corrente.
Le Loggia erano uno spazio pubblico, probabilmente in parte coperto da un porticato, utilizzato per le riunioni cittadine.
La Loggia aveva ospitato, per secoli, le Assemblee del Consiglio Civico, che venivano convocate dai Giurati per l’esame e la discussione dei più importanti problemi della comunità.
Questa piazza, fino a tutto l’anteguerra, divenne non solo luogo di incontro e scambio di pettegolezzi (lo è tuttora), ma anche luogo in cui i ceti benestanti, professionali e delle “maestranze”, tenevano i loro circoli o i loro studi (“scagni”), e concludevano i loro affari.
Ebbene, una recente ordinanza ha cancellato secoli di storia, intitolando la Piazza ad Antonino Zichichi, senza cenno alcuno alla denominazione precedente.
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Per risollevarmi, e per risollevarvi un po’ il morale stamane voglio raccontarvi una breve storia emblematica della vita pulsante, dell’accoglienza, della godibilità, e dei fasti passati di questa città.
Alessandria, pur essendo la capitale culturale dell’Egitto, era una città decisamente europea e multiculturale. Ad attirare romanzieri, poeti, artisti europei fino alla metà del ‘900, era stata indubbiamente la bellezza di una città che i pascià ottomani avevano riempito di ville di stile italiano, palazzi in art déco, magnifici boulevard, ma anche di teatri, locali notturni, ristoranti, negozi.
Ad Alessandria nacquero Filippo Tommaso Marinetti e Giuseppe Ungaretti, figli di italiani trasferitisi lì per lavoro, che in quello straordinario crogiuolo di etnie e culture diverse diedero vita ad una delle più esaltanti stagioni della cultura del Novecento.
Ad Alessandria nacque e morì visse Konstantinos Kavafis uno dei più grandi poeti contemporanei.
Ad Alessandria, agli inizi del XX secolo, viveva la famiglia Kardaky, una famiglia di industriali, di ricchi imprenditori di origine greca, provenienti, con molta probabilità, dall’isola di Corfù.
Dall’inizio del Novecento e per gli anni del primo anteguerra Monte San Giuliano fu luogo di villeggiatura preferito da ricche famiglie di industriali, commercianti e professionisti, anche di diversa nazionalità che, provenienti dalle loro abituali residenze cittadine della fascia costiera nord africana, e specialmente da Tunisi, Tripoli, Il Cairo, Alessandria d’Egitto, vi trascorrevano una più tiepida estate.
Fra queste, una delle più affezionate e puntuali all’appuntamento fu la famiglia Kardaky.
Non sappiamo come ebbero modo di conoscere Erice.
Forse furono inizialmente ospiti di qualche italiano conosciuto ad Alessandria.
Si innamorarono perdutamente di Erice, convinti, non a torto, di avere trovato qui il Paradiso in terra, acquistarono un mal ridotto edificio, e lo ricostruirono secondo un costoso progetto chiaramente ispirato al più puro stile liberty proprio dell’epoca.
L’attuale edificio, opportunamente e degnamente restaurato “si presenta come significativa testimonianza, che si esprime non solamente nel prospetto dai compositi, e lievi ritmi floreali, ma si estende anche nel disegno e decorazione degli ambienti interni e nei medesimi infissi e porte esterne ed interne, appositamente disegnate e realizzate da esperta mano artigiana”.
Fra gli anni Quaranta e Cinquanta gli eredi dei Kardaky lasciarono definitivamente Erice.
Ma si racconta, e qualcuno è pronto a metterci la mano sul fuoco, che nelle notti estive particolarmente calde, gli originari proprietari di casa Kardaky vi fanno ancora ritorno.
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Mi è doveroso rivolgere un caro ed affettuoso pensiero a “Vincenzino”, il prof. Vincenzo Adragna, dal cui dattiloscritto inedito sul patrimonio edilizio di Erice, ho tratto questa notizia.
articolo di: Giuseppe Abbita








