Trapani Nostra

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Categoria: Articoli

  • Marettimo: MAI PIÙ GUERRE invochiamo dall’isola sacra. Si ricordano le vittime delle guerre.

    Sull’isola di MARÈTTIMO si ricordano coloro che non fecero più ritorno.
    All’interno della piccola cappella-chiesetta al cimitero di Marettimo, recentemente restaurata grazie al contributo di tanti volontari, sono ricordati i marettimari morti e dispersi durante le guerre. Una foto, un ricordo, alcuni dati anagrafici e storici. Un modo per non dimenticare l’atrocità delle guerre e ricordare il prezzo pagato da tante giovani vite.

    MAI PIÙ GUERRE invochiamo dall’isola sacra.

    Questo l’elenco dei marettimari:
    Prima Guerra Mondiale:
    – Gavino CAMPO di Giacomo, e di Miceli Caterina, soldato 139° reggimento fanteria Dist. Militare Trapani, nato il 15 marzo 1880 a Marettimo, morto il 19 agosto 1917 sul Carso per ferite riportate in combattimento.
    – Carlo CAVASINO di Pietro, e di Ingarsia Filippa, soldato 130° reggimento fanteria Dist. Militare Trapani, nato il 3 agosto 1883 a Marettimo, morto il 12 ottobre 1918 nell’ospedale da campo n° 098 per bronco polmonite.
    – Salvatore DARIA, per la mancanza dei dati anagrafici non è stato possibile trovarlo negli atti di nascita e di morte.
    – Gaetano MAIORANA di Angelo e di Savalli Giovanna, soldato 146° reggimento fanteria Dist. Militare Trapani, nato il 12 agosto 1880 a Marettimo, disperso l’8 giugno 1917 sul monte Zebio in combattimento.
    – Salvatore NOTO di Tommaso, e di Incaviglia Anna, soldato 248° reggimento fanteria Dist. Militare Trapani, nato il 26 gennaio 1833 a Marettimo, morto il 23 novembre 1918 nell’ospedale da campo n° 204 per malattia.
    -Alberto POLISERI di Vincenzo e di Venza Maria, soldato 145° reggimento fanteria Dist. Militare di Trapani, nato il 23 agosto 1881 a Marettimo morto il 19 giugno 1917 sul monte Zebio per ferite riportate in combattimento.
    – Paolo SCADUTO di Rocco e di Campo Antonina, soldato 149° reggimento fanteria Dist. Militare Trapani, nato il 1° dicembre 1886 a Marettimo, morto il 16 giugno 1916 nell’ospedale da campo n° 004 per ferite in combattimento.
    – Mauro TEDESCO di Bartolomeo e di Torrente Michela, nato il 1° febbraio 1881.
    – Pietro TEDESCO di Salvatore e di Torrente Antonina, soldato 4° reggimento fanteria, nato il 21 marzo 1884 a Marettimo, Dist. Militare Trapani. Morto il 28 agosto 1917 sul monte San Marco per ferite in combattimento.
    – Pietro TORRENTE di Salvatore e Ernandes Ausonia, soldato 47° reggimento fanteria, nato il 1° agosto 1897 in Tunisia ed iscritto di leva nel Comune di Favignana, Distretto Militare di Trapani, morto il 17 settembre 1918 a Cassano Murge per malattia. (Quest’ultimo caduto non è trascritto nella lapide come altri nati in Tunisia. L’Albo d’Oro 1915-1918, lo registra come possibile figlio di Marettimari).

    Seconda Guerra Mondiale:
    – Diego INCAVIGLIA di Tommaso (non abbiamo dati).
    – Francesco LI CAUSI di Li Causi Giovanna, soldato unità 8° armata, nato il 3 luglio 1921 a Marettimo, dispero sul fronte russo il 18 dicembre 1942.
    – Sabastiano MAIORANA fu Gaetano disperso (non abbiamo dati).
    – Antonino MANUGUERRA di Giovanni, (non abbiamo dati).
    – Rocco MERCURIO di Giuseppe e Silvestro Caterina marinaio Comando Marina, nato il 18 dicembre 1910 a Marettimo, morto il 30 maggio1941, fronte libico.
    – Nicolò MINARDI di Rosario e Bevilacqua Caterina, bersagliere Unità Ariete, nato il 22 luglio 1914, morto in prigionia il 13 febbraio 1946 fronte britannico.
    – Giuseppe POLISERI di Paolo e Bevilacqua Caterina, nocchiere Unità cacciatorpediniere, nato il 22 febbraio 1920 a Marettimo, disperso il 2 dicembre 1942 Mar Mediterraneo Centrale.
    – Giuseppe SERCIA di Gabriele, (non abbiamo dati).
    – Francesco SPATARO di Bonaventura (non abbiamo dati).
    – Francesco SPATARO di Giovanni (non abbiamo dati).
    – Bartolomeo TEDESCO di Bonaventura e Torrente Leonarda motorista navale Unità sommergibile, nato il 9 gennaio 1923, disperso il 9 settembre 1943 Mar Mediterraneo Centrale.
    – Bartolomeo TEDESCO di Michele e Aliotti Mariamarinaio Marò Unità Rimorchiatore, nato nell’agosto 1922, disperso il 21/06/1943, Mar Mediterraneo Centrale Marinaio Marò Unità Rimorchiatore nato a Marettimo nell’ Agosto 1922 disperso il 21/06/1943 nel Mar Mediterraneo Centrale.
    – Antonino TORRE di Salvatore e Duran Giovanna Sotto Capo S.D.T Unità Incrociatore, nato a Marettimo il 24 giugno 1915, disperso il 25 febbraio 1941, Mar Mediterraneo Centrale.
    – Pietro TORRE di Paolo (non abbiamo dati).

    Oltre a questi ragazzi marettimari, sono ricordati alcuni dispersi in mare, molto probabilmente sepolti senza nome a Marettimo, dei quali siamo venuti a conoscenza grazie alle famiglie, che ringraziamo per il loro contributo per la manutenzione della cappella.
    In particolare:
    * ANGELO BOESSO – Sottocapo cannoniere armaiolo, nato a Vicenza il 27 Maggio 1923, Disperso in mare al largo di Marettimo il 17 Gennaio 1943 sul Cacciatorpediniere “Bombardiere”, Matr. 63061 R.C.T.
    * ENNIO CALAMATI – Marinaio, Nato a Rapolano Terme (Siena) il 22 Maggio 1924 Disperso in mare a 19 anni a bordo del cacciatorpediniere “Pancaldo” il 30 Aprile 1943, a 2 mg. N-Ne Capo Bon, in seguito ad attacco aereo nemico.

    I dati sono stati raccolti per l’archivio dell’Associazione CSRT “Marettimo” con la collaborazione storica di Michele Gallitto e Antonino Rallo, le foto recuperate da Vito Vaccaro, alcune informazione dai familiari e dell’anagrafe del Comune di Favignana-Isole Egadi.
    Siamo ancora alla ricerca di dati mancanti e di ulteriori dispersi in mare o di ignoti seppelliti al cimitero della più lontana delle Egadi .
    Facciamo appello a quanti sono a conoscenza di altri ragazzi morti o dispersi nelle vicinanze di Marettimo, affinché si possa dare anche a loro una piccola dignità nel ricordo.

    Nella piccola cappella, del cimitero dei “calacciuna”, sono ricordati anche tutti i defunti sepolti senza nome e i 13 morti del naufragio nel 1915 dopo il siluramento del piroscafo “Ancora”.
    Il Prof Sebastiano Tusa che ne studiò il caso e il Sacerdote Don Mario Zinnanti morto a Marettimo il 26 Giugno del 1927 purtroppo con sepoltura ignota.

    Vito Vaccaro

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  • Platimiro Fiorenza, a Trapani l’arte del corallo e il valore di continuare a imparare – articolo di Beatrice Progni per Tp24

    Relitto Motonave Città di Trapani

    Testo dall’articolo di Beatrice Progni per Tp24:
    Platimiro Fiorenza, a Trapani l’arte del corallo e il valore di continuare a imparare
    «Quando ti senti un grande maestro, è lì che cadi». Platimiro Fiorenza parla del suo lavoro senza mettersi su un piedistallo. Per lui, anche dopo una vita trascorsa tra oro, argento e corallo, non si finisce mai di imparare. Più si studia, più ci si rende conto di quanto ci sia ancora da conoscere.
    È da questo modo di intendere l’arte che si può partire per conoscere meglio il maestro corallaio trapanese, protagonista di una tradizione che ha segnato la storia della città. In occasione di ApritiModa, sabato 24 e domenica 25 ottobre, l’Atelier RossoCorallo di via Osorio 36 ha aperto le porte ai visitatori, con un percorso guidato tra le creazioni della famiglia Fiorenza e la presentazione di una nuova opera alla quale Platimiro lavora dall’edizione del 2024.
    Una vita nella bottega
    La storia comincia nel 1921, quando Pasquale Fiorenza apre a Trapani il suo laboratorio orafo, specializzandosi nella lavorazione del corallo. È lì che cresce professionalmente il figlio Platimiro, nato nel 1944, che a soli sette anni comincia a lavorare oro, argento e corallo, a conoscere le pietre preziose e a cimentarsi con le prime incisioni. Il suo lavoro attira anche l’attenzione del maestro Domenico Li Muli.
    Fiorenza non si limita alla lavorazione del corallo. Nel suo percorso trovano spazio la pittura, la scultura, il restauro e la poesia. Nei primi anni Settanta partecipa a mostre e manifestazioni artistiche a Trapani ed Erice e tiene le prime esposizioni personali. Si trasferisce anche a Milano, dove collabora con lo scultore Giò Pomodoro. Poi sceglie di tornare nella sua città.
    Un passaggio importante nella sua formazione, ma non un punto d’arrivo. La convinzione che lo accompagna ancora oggi è che la manualità da sola non basti. Alla tecnica devono affiancarsi lo studio e la cultura. «Senza cultura le persone possono essere manipolate», osserva, sottolineando quanto sia importante conoscere ciò che si fa e il contesto da cui proviene.
    Il corallo nella storia di Trapani
    La lavorazione del corallo è stata per secoli una delle attività che hanno dato identità a Trapani. Accanto all’oreficeria, al marmo e all’alabastro, ha contribuito a costruire una tradizione artistica che ha lasciato tracce nelle chiese e nelle collezioni europee. Le maestranze trapanesi realizzavano manufatti e opere sacre destinati anche a importanti famiglie e luoghi di culto fuori dalla Sicilia.
    Nel suo racconto, Platimiro Fiorenza ha ricordato anche la presenza di una Madonna di Trapani alla Reggia di Caserta e la devozione che accompagnava gli artigiani nei loro viaggi. Molti portavano con sé un’immagine della Madonna, alla quale affidavano il proprio lavoro e il percorso lontano da casa. Il corallo, con il suo colore rosso associato al sangue di Cristo, era utilizzato anche per realizzare oggetti religiosi e opere di grande complessità.
    Questa storia è parte del patrimonio che Fiorenza continua a custodire attraverso il suo lavoro. Oggi il corallo non viene più raccolto a Trapani e il maestro utilizza materiale conservato nel tempo, recuperandolo e trasformandolo in nuove creazioni. Il suo impegno gli è valso l’inserimento nel Registro delle Eredità Immateriali della Sicilia, nell’elenco dei Tesori Umani Viventi, dedicato ai custodi di saperi e tradizioni. Nella sua bottega, inoltre, si sono formati giovani artigiani, ai quali ha trasmesso le tecniche di un mestiere che rischia di scomparire.
    Il futuro dell’artigianato
    È proprio sul futuro che Fiorenza esprime le maggiori preoccupazioni. Le botteghe artigiane, invece di aumentare, sono diminuite. Imparare un mestiere richiede tempo, esercizio e investimenti, mentre le possibilità di trovare uno spazio in cui lavorare e diventare autonomi si sono ridotte.
    Un tempo, ricorda, diventare maestro era motivo di orgoglio. C’era chi trasmetteva volentieri quello che sapeva, anche se non mancavano gli artigiani che preferivano custodire i propri segreti per timore della concorrenza. Oggi la domanda è un’altra: quanti artigiani saranno ancora al lavoro tra vent’anni? Fiorenza pensa che potranno rimanerne pochi, ma proprio per questo molto ricercati. La lavorazione artigianale, secondo lui, attraversa fasi alterne e può tornare a essere apprezzata. Perché questo accada, però, servono giovani disposti a imparare e occasioni concrete per farlo.
    La famiglia continua intanto a portare avanti la storia del laboratorio. La figlia Rosadea gestisce l’attività e nel 2012 ha dato vita al progetto RossoCorallo, pensato per raccontare l’identità artistica del territorio attraverso i manufatti del padre, le mostre e le pubblicazioni.
    Beatrice Progni

    Visualizza il reel di Beatrice Progni: Platimiro Fiorenza, a Trapani l’arte del corallo e il valore di continuare a imparare.

    Relitto Motonave Città di Trapani
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  • Trapani: «Borgo Fazio, le rovine che raccontano una storia», testo e video tratto da un post di Mario Torrente

    Relitto Motonave Città di Trapani

    Testo dal post di Mario Torrente:
    BORGO FAZIO – Un pezzo di storia delle campagne trapanesi che attende di rinascere
    Queste rovine raccontano una storia. Qui il silenzio di oggi sembra quasi custodire le voci di chi ha abitato e vissuto in questo luogo, il lavoro di intere generazioni e le speranze di una stagione ormai lontana.
    Siamo nelle campagne del territorio comunale di Trapani, in contrada Timpone Xaurini, nell’entroterra che si estende verso i territori di Paceco, Marsala, Salemi e Castelvetrano, in quella parte della Sicilia occidentale dove per secoli l’agricoltura ha scandito i ritmi della vita, del lavoro e delle comunità rurali.
    Qui, lontano dai centri abitati e dalle strade più frequentate, sorge il borgo rurale Amerigo Fazio, un insediamento nato alla fine degli anni Trenta del Novecento, durante il periodo fascista, nell’ambito delle politiche di colonizzazione del latifondo siciliano.
    Il progetto, affidato all’architetto Luigi Epifanio, risale al 1939. I lavori furono realizzati nel 1940 e il borgo entrò così a far parte di quella rete di insediamenti rurali con cui il regime fascista tentò di riorganizzare le campagne, sostenere la colonizzazione agricola e legare le famiglie contadine alla terra. Ma, al di là degli obiettivi politici e delle contraddizioni di quel periodo, questi borghi rappresentano oggi una testimonianza importante della storia sociale, economica e architettonica della Sicilia.
    Borgo Fazio venne intitolato ad Amerigo Fazio, militare nato a Marsala il 2 giugno 1895, che aveva partecipato alla Prima guerra mondiale e successivamente alle campagne coloniali italiane. Morì in combattimento in Etiopia, a Mai Beles, il 21 gennaio 1936, durante la guerra d’Etiopia, e fu insignito della medaglia d’oro al valor militare alla memoria. La sua figura è dunque legata anche alla storia militare e coloniale dell’Italia fascista.
    Borgo Fazio venne concepito per essere molto più di un gruppo di edifici immersi nella campagna. Doveva rappresentare un punto di riferimento per il territorio agricolo circostante, un luogo nel quale trovare servizi, assistenza e occasioni di incontro.
    C’erano la scuola, la chiesa, gli uffici comunali, la stazione dei Reali Carabinieri, l’ufficio postale, il dispensario medico, una trattoria con rivendita e gli spazi destinati alle attività artigianali. Un piccolo centro organizzato attorno alla piazza, rivolta verso la piana di Trapani e Monte Erice, pensato per dare una struttura alla vita delle comunità agricole.
    Durante la Seconda guerra mondiale, secondo le ricostruzioni e le testimonianze legate a quel periodo, il borgo avrebbe ospitato anche centinaia di persone, circa 300, che trovarono riparo in un momento segnato dalle difficoltà e dalle paure del conflitto.
    Attorno a Borgo Fazio si sviluppavano campi, poderi e case coloniche. Le opere di colonizzazione interessarono anche le infrastrutture necessarie alla vita agricola, dall’approvvigionamento idrico alle strade di accesso. Pozzi e altre opere legate alla gestione dell’acqua sono parte di quella storia di trasformazione del territorio che merita ancora di essere ricostruita.
    Erano anni nei quali le campagne erano animate dal lavoro quotidiano. Le famiglie vivevano a stretto contatto con la terra, le stagioni dettavano i tempi delle giornate e il lavoro nei campi rappresentava una componente essenziale dell’economia e della vita sociale.
    Gli antichi bagli, disseminati nelle campagne trapanesi, erano luoghi di lavoro e di vita: cortili, magazzini, stalle e abitazioni ospitavano uomini, donne e bambini, in un mondo rurale fatto di fatica, relazioni e saperi tramandati.
    Poi qualcosa cambiò. Le trasformazioni dell’agricoltura, la meccanizzazione del lavoro nei campi e la conseguente riduzione del numero di braccianti, l’emigrazione, lo spopolamento delle campagne e il progressivo abbandono di molte attività tradizionali hanno modificato profondamente il volto di questo territorio. Campi un tempo coltivati sono diventati incolti, terreni e case sono stati lasciati a se stessi, mentre numerosi bagli hanno perso la loro funzione, trasformandosi in testimonianze silenziose di un mondo che non c’è più.
    Anche Borgo Fazio ha seguito questo percorso. La perdita progressiva dei servizi e della sua funzione originaria, le difficoltà di manutenzione e il terremoto del Belice del 1968, che contribuì al deterioramento delle strutture, segnarono profondamente il destino dell’insediamento. Nel secondo dopoguerra furono programmati interventi di ripristino e manutenzione, ma non bastarono a garantirne la conservazione nel lungo periodo.
    Oggi, attraversando quello che resta del borgo, la sensazione è quella di trovarsi davanti a un villaggio fantasma.
    Le immagini di questo video documentano una situazione che lascia poco spazio alle interpretazioni: edifici abbandonati, murature lesionate, tetti e muri crollati, strutture ormai ridotte a ruderi. La chiesa, gli spazi che un tempo ospitavano i servizi e gli altri fabbricati restituiscono l’immagine di un patrimonio lasciato progressivamente al degrado, esposto all’azione del tempo e all’incuria.
    Dove c’erano persone, attività e servizi, oggi rimangono muri sventrati e ambienti vuoti. Dove si costruiva una prospettiva per le comunità agricole, il tempo sembra essersi fermato.
    Eppure, proprio davanti a queste rovine, una domanda continua a riproporsi: Borgo Fazio è destinato a scomparire definitivamente oppure può ancora avere un futuro?
    La questione non riguarda soltanto il recupero di alcuni edifici. Riguarda il modo in cui una comunità sceglie di custodire la propria memoria, di riconoscere il valore del paesaggio rurale e di dare una nuova funzione a luoghi che rischiano di essere cancellati dall’abbandono.
    Una possibilità potrebbe essere quella di trasformarlo in un polo culturale immerso nella campagna trapanese. Magari una casa per artisti, uno spazio per residenze creative, laboratori, incontri, mostre e attività dedicate alla storia del territorio, alla fotografia, alla scrittura, alla musica e alle arti visive.
    Un luogo nel quale gli artisti possano trovare ispirazione nel paesaggio rurale e nel silenzio della campagna, ma anche contribuire a raccontare la storia di questo borgo e delle persone che lo hanno abitato. Uno spazio aperto alle scuole, alle associazioni, ai visitatori e alle comunità locali, capace di intrecciare memoria, cultura e nuove forme di fruizione del territorio. E che potrebbe anche essere messo a disposizione dello scoutismo e di altre realtà, comprese quelle legate all’outdoor.
    Non si tratta di una soluzione già definita, né di un progetto oggi dato per acquisito. È un’idea, una prospettiva da discutere e approfondire, partendo dalla consapevolezza che il recupero deve essere sostenibile, rispettoso della storia architettonica e accompagnato da una concreta possibilità di gestione nel tempo.
    Borgo Fazio, del resto, non è soltanto una pagina del passato. È anche uno specchio delle trasformazioni che hanno attraversato le campagne siciliane e delle sfide che oggi riguardano il loro futuro.
    Salvare questo luogo significherebbe conservare una testimonianza della storia del Novecento, ma anche provare a restituire valore a una parte del territorio che rischia di essere dimenticata. Vorrebbe dire riconoscere che il patrimonio di una comunità non è fatto soltanto di monumenti celebri e centri storici, ma anche di borghi rurali, bagli, antiche infrastrutture e paesaggi del lavoro.
    #BorgoFazio #Trapani #MemoriaStorica #BorghiRurali #Sicilia #PatrimonioCulturale #Recupero #Cultura #CampagneSiciliane
    Buona visione se vi va…

    Visualizza il video di Mario Torrente: BORGO FAZIO

    Relitto Motonave Città di Trapani
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  • ERICE: «Quando gli Egizi erano di “casa” ad Erice» di Giuseppe Abbita

    QUANDO GLI EGIZIANI ERANO DI “CASA” AD ERICE
    I KARDAKY DI ALESSANDRIA D’EGITTO

    La nobiltà degli edifici ericini, semplici ed austeri nello stesso tempo, ha un impatto unico su chi li guardi.
    Questa meraviglia urbanistica architettonica è stata modellata grazie al carattere degli ericini, ed ha contribuito a modellarne il carattere.
    Il degrado, lo vediamo ogni giorno, si va espandendo qua e là per l’intero tessuto urbano, dove gloriosi edifici storici, cortili e giardini non più abitati, si trasformano in ruderi avvinti dall’edera e da sterpi che ne accelerano il dissesto.
    Mi si potrà obiettare: sì, ma c’è il turismo?
    Ma quale turismo?
    Sporcizia dappertutto, e nessuno che se ne cura: non l’amministrazione comunale e neanche i conduttori delle numerose attività commerciali proliferate come funghi.
    Transitando per le strade di Erice, travagliate dal passaggio e dai resti di bivacchi estivi di orde fameliche, mi sovvengono le parole del Cordici, che andava orgoglioso dell’immagine dignitosa che offriva il contesto urbano della sua città, e che si compiaceva dell’aspetto bianco e nitido delle strade.
    E con rimpianto mi sovviene l’antica ordinanza dei Giurati, puntualmente di anno in anno rinnovata con apposito bando, che faceva obbligo ad ogni famiglia di tener pulito il tratto di strada antistante la propria abitazione, consuetudine che ricordo ancora viva fino ad alcuni decenni fa.
    Bei tempi, quando Erice ti accoglieva col suo odore di pulito e di chiodi di garofano dei dolci appena sfornati.
    E’ passato ormai quasi un secolo da quando Edoardo Caracciolo scoprì questa Città sul Monte, e dimostrò, con appassionato studio ed amorevole preoccupazione, che questo contesto ambientale rappresentava un esempio nobile e raro di civiltà “antica”, che i secoli ci consegnavano, dopo fortunose e talvolta drammatiche vicende.
    Bisognava, ammoniva già allora il Caracciolo, che “erronee interpretazioni delle esigenze e del modo di vivere tipici del nostro tempo” non lo profanassero.
    Fare rinascere Erice significa pertanto riportare in vita non solo gli edifici, ma anche tutte quelle attività artigianali, commerciali, ed anche istituzionali, in grado di ricreare condizioni socializzanti, condizioni capaci di sviluppare il senso di identità collettiva, il senso di appartenenza di chi risiede in questo magico luogo.
    Ed invece è stata profanata anche la memoria storica di questa nobile città.
    Uno dei luoghi di aggregazione collettiva , nel quale gli ericini si identificavano quali appartenenti ad una polis gloriosa, era la Piazza della “Loggia”, come tuttora viene intesa nella parlata corrente.
    Le Loggia erano uno spazio pubblico, probabilmente in parte coperto da un porticato, utilizzato per le riunioni cittadine.
    La Loggia aveva ospitato, per secoli, le Assemblee del Consiglio Civico, che venivano convocate dai Giurati per l’esame e la discussione dei più importanti problemi della comunità.
    Questa piazza, fino a tutto l’anteguerra, divenne non solo luogo di incontro e scambio di pettegolezzi (lo è tuttora), ma anche luogo in cui i ceti benestanti, professionali e delle “maestranze”, tenevano i loro circoli o i loro studi (“scagni”), e concludevano i loro affari.
    Ebbene, una recente ordinanza ha cancellato secoli di storia, intitolando la Piazza ad Antonino Zichichi, senza cenno alcuno alla denominazione precedente.
    *****
    Per risollevarmi, e per risollevarvi un po’ il morale stamane voglio raccontarvi una breve storia emblematica della vita pulsante, dell’accoglienza, della godibilità, e dei fasti passati di questa città.
    Alessandria, pur essendo la capitale culturale dell’Egitto, era una città decisamente europea e multiculturale. Ad attirare romanzieri, poeti, artisti europei fino alla metà del ‘900, era stata indubbiamente la bellezza di una città che i pascià ottomani avevano riempito di ville di stile italiano, palazzi in art déco, magnifici boulevard, ma anche di teatri, locali notturni, ristoranti, negozi.
    Ad Alessandria nacquero Filippo Tommaso Marinetti e Giuseppe Ungaretti, figli di italiani trasferitisi lì per lavoro, che in quello straordinario crogiuolo di etnie e culture diverse diedero vita ad una delle più esaltanti stagioni della cultura del Novecento.
    Ad Alessandria nacque e morì visse Konstantinos Kavafis uno dei più grandi poeti contemporanei.
    Ad Alessandria, agli inizi del XX secolo, viveva la famiglia Kardaky, una famiglia di industriali, di ricchi imprenditori di origine greca, provenienti, con molta probabilità, dall’isola di Corfù.
    Dall’inizio del Novecento e per gli anni del primo anteguerra Monte San Giuliano fu luogo di villeggiatura preferito da ricche famiglie di industriali, commercianti e professionisti, anche di diversa nazionalità che, provenienti dalle loro abituali residenze cittadine della fascia costiera nord africana, e specialmente da Tunisi, Tripoli, Il Cairo, Alessandria d’Egitto, vi trascorrevano una più tiepida estate.
    Fra queste, una delle più affezionate e puntuali all’appuntamento fu la famiglia Kardaky.
    Non sappiamo come ebbero modo di conoscere Erice. Forse furono inizialmente ospiti di qualche italiano conosciuto ad Alessandria.
    Si innamorarono perdutamente di Erice, convinti, non a torto, di avere trovato qui il Paradiso in terra, acquistarono un mal ridotto edificio, e lo ricostruirono secondo un costoso progetto chiaramente ispirato al più puro stile liberty proprio dell’epoca.
    L’attuale edificio, opportunamente e degnamente restaurato “si presenta come significativa testimonianza, che si esprime non solamente nel prospetto dai compositi, e lievi ritmi floreali, ma si estende anche nel disegno e decorazione degli ambienti interni e nei medesimi infissi e porte esterne ed interne, appositamente disegnate e realizzate da esperta mano artigiana”. Fra gli anni Quaranta e Cinquanta gli eredi dei Kardaky lasciarono definitivamente Erice.
    Ma si racconta, e qualcuno è pronto a metterci la mano sul fuoco, che nelle notti estive particolarmente calde, gli originari proprietari di casa Kardaky vi fanno ancora ritorno.
    ****** Mi è doveroso rivolgere un caro ed affettuoso pensiero a “Vincenzino”, il prof. Vincenzo Adragna, dal cui dattiloscritto inedito sul patrimonio edilizio di Erice, ho tratto questa notizia.

    articolo di: Giuseppe Abbita

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  • 09 Ottobre – Inizia l’evento «TEMPU RI CAPUNA» 2026 – Feedback production

    COMUNICATO STAMPA
    San Vito Lo Capo celebra il mare e la sua tradizione culinaria con “Tempuricapuna”
    Da venerdì 9 a domenica 11 ottobre degustazioni, spettacoli e incontri

    SAN VITO LO CAPO (TRAPANI). San Vito Lo Capo torna a rendere omaggio al suo legame più profondo, quello con il mare e con la tradizione della pesca del pesce azzurro, con la 13^ edizione di “Tempuricapuna”, in programma da venerdì 9 a domenica 11 ottobre. Tre giornate di incontri, degustazioni, musica e racconti per scoprire — o riscoprire — i sapori autentici e le storie della comunità marinara sanvitese.
    La rassegna è promossa dal Comune di San Vito Lo Capo, in collaborazione con l’Associazione Pescatori di San Vito Lo Capo, è sostenuta dal Libero Consorzio comunale di Trapani ed organizzata dall’agenzia Feedback.
    “Con la tredicesima edizione, Tempuricapuna si conferma un appuntamento importante per la nostra comunità e per la valorizzazione del rapporto con il mare – ha dichiarato il sindaco di San Vito Lo Capo, Francesco La Sala –. La manifestazione mette al centro il sapere dei pescatori, la qualità del pescato locale, la creatività degli chef e le tradizioni del territorio, promuovendo una cultura della pesca sostenibile e la conoscenza delle nostre eccellenze. Invito cittadini e visitatori a partecipare e a scoprire, attraverso i sapori del mare, l’autenticità di San Vito Lo Capo”.
    Ogni giorno la “Tavulata cu’ i piscatura” va in scena in via Venza che accoglie una lunga tavolata a cielo aperto per un’esperienza di allegria e convivio. Protagonisti i pescatori di San Vito Lo Capo, che cucinano e servono i piatti simbolo della cucina di mare locale — busiate al pesto trapanese, capone fritto, melone giallo, dolce siciliano e vino — in uno spirito di condivisione autentico e popolare (biglietto 15 euro).
    Sabato 10 e domenica 11 ottobre, dalle 9 alle 13:30, sarà possibile vivere il mare da protagonisti grazie alle escursioni in barca con i pescatori, un’esperienza suggestiva che permetterà di scoprire da vicino le tecniche tradizionali di pesca del capone e la vita quotidiana di chi del mare fa la propria casa.
    Le partenze sono previste dal molo sopraflutto (costo 35 euro, prenotazione obbligatoria al 347-7165057).
    Sabato e domenica mattina, alle ore 10, la Piazza Santuario si trasformerà in un autentico mercato del pesce con “Tempu ri mircatu”. Un momento spettacolare e genuino che ripropone le atmosfere dei mercati di una volta, tra voci, profumi e storie di mare.
    Ogni giorno i cooking show “Tempu ri storie sapuri e pignate”, con gli chef dei principali ristoranti di San Vito Lo Capo che propongono piatti che raccontano il mare valorizzando le materie prime del territorio con il supporto degli alunni dell’Istituto Pietro Piazza di Palermo. Protagonisti Vito La Sala, chef del ristorante Cinquantapassi, Francesca Rosselli chef e patron del ristorante La Carbonella, Peppe Salmeri, chef del ristorante Le Terrazze–Hotel Riviera, Giovanni Sugameli, chef e patron della Bottega Sugameli, Souad Achab, chef del ristorante Disìo e Laccialoro, Maria Vultaggio e Leonardo Paterna, chef di Ittico Tapas e Ittico Osteria di mare, Paola Cancelliere, chef del ristorante A Cantunera. Le ricette sono abbinate a vini di Tenute Orestiadi. A presentare tutti gli appuntamenti sarà Vittoria Abbenante.
    Ogni sera, la festa continuerà con spettacoli e musica in Piazza Santuario: venerdì 9 sul palco Mixology 80, sabato 10 The new band, domenica 11 ottobre The Remakers. (tutti i concerti sono alle ore 22 con ingresso libero).

    Il Capone
    La lampuga, o capone, è un pesce pelagico d’alto mare presente in tutto il Mediterraneo. Si pesca tra agosto e dicembre e si consuma fresco. Vive a stretto contatto con il fondo marino per poi risalire dalle profondità nel mese di settembre. Il suo nome deriva dalla forma del capo molto pronunciata.

    Angela Abbate
    Ufficio stampa

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  • Custonaci – «Memorie e Futuro» progetto per custodire la storia e costruire nuove prospettive

    Relitto Motonave Città di Trapani

    Testo inviatomi dal Comune di Custonaci:
    «Memorie e Futuro»: a Custonaci il progetto per custodire la storia e costruire nuove prospettive
    La «Città di Custonaci» si prepara ad accogliere, ancora una volta, nel mese di ottobre il progetto, promosso dall’Amministrazione comunale e sostenuto dall’Assessorato delle Autonomie Locali e della Funzione Pubblica della Regione Siciliana, denominato «Memorie e Futuro». L’iniziativa è nata con l’obiettivo di valorizzare la memoria, il patrimonio culturale e l’identità della cittadina collinare, guardando, al tempo stesso, alle nuove generazioni e alle prospettive future del territorio. Il progetto, giunto alla terza edizione, intende continuare a creare, infatti, un momento di confronto e di partecipazione in grado di mettere in relazione memoria e contemporaneità, tradizioni e innovazione, passato e futuro. Un percorso attraverso il quale la storia e le esperienze di una Comunità diventano patrimonio condiviso e occasione per riflettere sulle sfide e sulle opportunità che attendono la «Città di Custonaci». La nuova edizione di «Memorie e Futuro» vuole continuare a coinvolgere, pertanto, i custonacesi (piccoli e grandi), la scuola, la parrocchia e le numerose realtà associative, favorendo un dialogo tra generazioni e rafforzando il loro senso di appartenenza verso il territorio custonacese.
    «La memoria non rappresenta soltanto – afferma il Sindaco di Custonaci Fabrizio Fonte – la conservazione di ciò che è stato, ma può essere concepita, piuttosto, come uno strumento per comprendere il presente e progettare il futuro. È da questa consapevolezza che nasce l’idea di un’iniziativa capace di valorizzare le testimonianze, le tradizioni e il patrimonio della «Città di Custonaci», trasformandoli in una risorsa per lo sviluppo culturale e sociale del territorio. Il progetto «Memorie e Futuro» non a caso si inserisce – prosegue il primo cittadino – in una più ampia visione di valorizzazione della comunità custonacese, nella quale cultura, identità e partecipazione rappresentano elementi fondamentali per costruire nuove opportunità. Anche quest’anno – conclude Fabrizio Fonte – il fitto calendario, che si svilupperà per un mese intero, sarà, dunque, un’occasione per ritrovarsi, per raccontare ciò che siamo stati, per comprendere ciò che siamo e per immaginare insieme ciò che possiamo diventare».

    Relitto Motonave Città di Trapani
    Relitto Motonave Città di Trapani
    Relitto Motonave Città di Trapani
    Relitto Motonave Città di Trapani
    Relitto Motonave Città di Trapani

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  • Trapani: Il relitto della Motonave «Città di Trapani», testo tratto da un post di Mario Torrente

    Relitto Motonave Città di Trapani

    Testo dal post di Mario Torrente:
    Una storia custodita nel mare di Trapani: il relitto del “Città di Trapani”
    In questo video, che ho girato nel tratto di mare proprio davanti al Villino Nasi, vi porto sott’acqua per mostrarvi ciò che resta del relitto del “Città di Trapani”, la grande motonave, lunga 88 metri e larga 12, finita sugli scogli il 4 dicembre 1957 a poche centinaia di metri dalla costa. Era da poco uscita dal porto di Trapani diretta verso Palermo. Fu un doppio naufragio, visto che durante le operazioni di soccorso affondò il “Pirano”, uno dei rimorchiatori che uscirono in mare, sfidando le onde del maestrale, assieme ad altri pescherecci e imbarcazioni, per prestare soccorso alla nave in difficoltà dopo che si era incagliata nella secca Balata.
    A bordo complessivamente c’erano 46 persone. Le vittime furono sei, due del “Pirano”, ovvero il comandante ed il direttore di macchina, mentre tra i componenti dell’equipaggio del “Città di Trapani” persero la vita diversi ufficiali: il primo ed il secondo di coperta, il secondo di macchina e l’allievo ufficiale di coperta. Due corpi non vennero mai ritrovati.
    Alle operazioni di soccorso parteciparono anche due elicotteri arrivati da Palermo, mentre soffiava forte vento di maestrale e le imbarcazioni arrivate sul posto per prestare soccorso venivano sballottate dalla furia del mare agitato. E furono proprio i pescherecci trapanesi che, riuscendo ad affiancarsi sulla paratia del “Città di Trapani” nonostante le difficili condizioni meteo e le violente mareggiate che non davano tregua, riuscirono a salvare i passeggeri e quasi tutti i componenti dell’equipaggio, alcuni dei quali vennero riportati a terra feriti.
    Quella del “Città di Trapani” è sicuramente una storia da raccontare e ricordare, custodita nei bassi fondali della scogliere del Villino Nasi, e che ci parla anche del coraggio degli uomini di mare trapanesi, sempre pronti a sfidare le onde e rischiare barca e vita per prestare soccorso a chi è in difficoltà in balia delle onde. Durante le operazioni di salvataggio ci fu anche un pescatore che si fece calare più volte da un elicottero per provare a salvare l’allievo ufficiale bloccato nella timoneria del rimorchiatore. Finendo anche in mare.
    A bordo del “Città di Trapani” salì poi un vigile del fuoco, proprio mentre la nave era incagliata e sferzata dalle onde del mare in tempesta, mentre i pescherecci manovravano tra i marosi riuscendo a mettere in salvo passeggeri ed equipaggio, non lasciando mai da soli gli uomini dell’equipaggio rimasti a bordo fino alla fine nel tentativo di salvare la nave. E di episodi da ricordare, in questa tragedia del mare consumatasi proprio davanti la città di Trapani, ce ne sono davvero tanti. A partire dalla storia di questa nave che in origine si chiamava “Città di Marsala”, bastimento che scampò ai siluri ed alle bombe della seconda guerra mondiale, rischiando di affondare in Grecia e poi di finire nella mani degli jugoslavi durante l’occupazione di Trieste. Quei pezzi di ferro arrugginiti e la parte ancora affiorante che si vede dal porto peschereccio, ci ricordano dunque anche gli orrori della guerra. E tutte le vite spezzate in quel tristissimo periodo.
    Finito il conflitto, la nave “Città di Marsala” venne ribattezzata “Città di Trapani”, in memoria della gemella affondata, dopo essere stata colpita da un siluro, davanti alle coste libiche durante la seconda guerra mondiale. Quando, dipinta di bianco e con la grande croce rossa al centro, la nave varata nel 1929 col come della città di Trapani venne riconvertita dalla Regia Marina in nave ospedale. Ed anche questa, assieme alle tante missioni di salvataggio e recupero di feriti nel mar Mediterraneo, sarebbe una storia da inserire nel grande libro della memoria del mare e della marineria trapanese. Perchè quella nave, a prescindere dall’equipaggio e dalle persone che erano a bordo, portava il nome “Città di Trapani”.
    Un nome che oggi, a decenni di distanza da quei fatti, racconta di due naufragi. Il primo nel bel mezzo della seconda guerra mondiale, quando il “Città di Trapani” trasportava soldati feriti e chi era a bordo per aiutarli. Il secondo disastro, invece, si consumò a pochissima distanza dalla città di cui la nave portava il nome.
    E proprio nei bassi fondali del mare trapanese la motonave “Città di Trapani” il 4 dicembre del 1957 si fermò per sempre, con alcune parti che, in base alla marea, sono quasi affioranti, come si vede dalle immagini che ho girato e che condivido in questo video per mostrarvi ciò che resta del relitto: probabilmente si potrebbe trattare del doppio fondo dello scafo, della parte inferiore sul paramezzale e di una punto di quella che doveva essere la stiva di carico. Si vede anche molto bene un’ordinata della nave. Più avanti, quasi a pelo d’acqua (ed infatti nei decenni tante barche ci sono andate a sbattere) c’è una struttura con dei fori chiamati “passi d’uomo”, usati per ispezionare la sentina (si vedono anche in altre parti del relitto) dove probabilmente poggiavano le lamiere della stiva. Una costruzione perfettamente in linea con la tipologia di una nave in ferro tipica dei primi anni del 900, un modello successivamente superato con l’avvento dei doppi scafi.
    Sparse in altri punti della secca ci sono anche delle parti superstiti della struttura della nave (o forse pure pezzi del Pirano), come quella ancora affiorante che si vede passeggiando lungo la strada principale del porto peschereccio. A distanza sembra uno scoglio. Ma non è un pezzo di roccia. E’ una parte del “Città di Trapani” che ci ricorda cosa successe in questo tratto di mare, a pochissima distanza dalla costa, 69 anni fa.
    Tra l’altro il prossimo anno sarà il settantesimo anniversario di quella tragedia. Forse sarebbe il caso di provare a tenere viva la memoria di quelle vittime. Le loro storie. Il coraggio di chi andò a prestare soccorso sfidando il mare in burrasca e salvando tante vite. Ma anche quel senso del dovere, del sacrificio e tutti i valori della tradizione marinara che i marittimi portano con loro a bordo in ogni imbarco. La tragedia del “Città di Trapani” e del “Pirano” ci ricorda anche questo. La storia del naufragio del “Città di Trapani” e del “Pirano” rappresenta una pagina di memoria che ci parla di vittime del mare ma anche del coraggio di chi sfidò le onde del Maestrale per salvare passeggeri ed equipaggio.
    Il “Città di Trapani” era una motonave, varata nel 1929, lunga 88 metri, larga 12 ed in grado di portare 600 persone, che faceva parte di una serie di nove bastimenti da impiegare nelle linee del Mediterraneo. Ma il suo nome originario era “Città di Marsala”, ribattezzata nel 1948 “Città di Trapani” dopo l’affondamento della gemella, il “Città di Trapani” per l’appunto, che durante la seconda guerra mondiale venne adibita a nave ospedale: affondò, dopo essere stato silurata, al largo della Libia. Anche il “Città di Marsala” durante la guerra venne usata dalla Regia Marina per il trasporto truppe e materiali.
    Venne anche silurata e rischiò di affondare. Ma restò a galla e l’equipaggio riuscì a portarla in porto. A Trieste, invece, stava per finire nelle mani degli jugoslavi, ma era senza motore e semi affondata. E forse per questo si salvò, considerate le difficoltà per spostarla. Alla fine rimase italiana.
    Dopo la guerra, in ricordo della gemella affondata, la nave “Città di Marsala” venne ribattezzata “Città di Trapani” ed entrò in servizio per la Tirrenia nelle linee del Mar Mediterraneo, inizialmente per i collegamenti tra Civitavecchia e Olbia. Successivamente in altre tratte che facevano scalo a Trapani. E fu proprio durante uno di questi viaggi, con la nave proveniente da Cagliari e successivamente diretta a Palermo, che si consumò la tragedia costata la vita a sei marittimi, due dei quali non vennero mai ritrovati. Altri corpi vennero invece restituiti dal mare: uno, quello del comandante del Pirano, nella spiaggetta del Villino Nasi. Il cadavere del primo ufficiale venne ritrovato nei pressi della Torre di Nubia mentre quello dell’allievo ufficiale venne recuperato grazie all’intervento di due elicotteri ed al coraggio di un pescatore trapanese che per ben due volte si fece calare dall’elicottero, finendo pure in acqua dopo che si ruppe il cavo, rischiando quindi la vita. Ma l’indomani si offrì nuovamente volontario. Quel giorno venne recuperato il corpo, purtroppo senza vita, dell’allievo ufficiale bloccato, col giubbotto salvagente addosso, nella timoneria del Pirano.
    In questa storia c’è anche il coraggio dei pescatori trapanesi, che con i loro pescherecci riuscirono a salvare passeggeri ed equipaggio, tornando più volte affianco alla paratia del “Città di Trapani”. L’ultima volta che salvare gli ultimi uomini rimasti a bordo, tra cui il comandante.
    L’indomani il mare di Trapani si sveglio con un tappeto di colore verde: era il carico di mandorle che dalla nave si era riversato in acqua uscendo dagli squarci aperti dagli scogli all’altezza delle stive. Una scena che mio padre ricorda perfettamente, così come ricorda quella grande nave col fumaiolo scuro ormeggiata, con la prua rivolta verso Ponente, al molo Sanità, la banchina dove oggi ormeggiano le grandi navi da crociera compresa tra il terminal degli aliscafi e la Stazione Marittima. Dietro invece attraccava il “Mazara”, la nave che si occupava dei collegamenti con Pantelleria e Lampedusa. Mia nonna, oggi 97enne, ancora ha in mente quando da casa sua, alla Marina, vedeva uscire la grande nave carica di merci e passeggeri. E ricorda benissimo anche quella mattina del 4 dicembre di 69 anni, quando il “Città di Trapani” uscì dal porto superando la Colombaia per prendere il largo. Ma poco dopo arrivò la notizia dell’incidente in mare: che nave era finita in secca vicino a Torre di Ligny. Tanti trapanesi allora si riversarono dalle parti del porto peschereccio per vedere il grande bastimento intrappolato negli scogli con attorno i mezzi arrivati per prestare soccorso. Era dicembre e molte barche che andavano a “cianciolo” erano tirate nello scalo di alaggio che c’era un tempo. I pescherecci che invece erano in mare erano quelli che facevano strascico. Ci fu un gran trambusto in città. E tutti si mobilitarono per provare a dare aiuto. Chi aveva la barca calata uscì sfidando le onde per salvare le persone a bordo. Da terra invece si faceva quanto necessario per accogliere i naufraghi. Si mobilitò un’intera comunità, composta in gran parte di pescatori e marittimi. Era la Trapani degli anni Cinquanta uscita da poco dalla guerra, con il ricordo delle bombe e dei morti ancora nitido. E le macerie degli edifici bombardati ancora per strada. E tra i pescatori che manovravano i pescherecci tra le onde vicino alla paratia del “Città di Trapani” c’era anche chi era stato in guerra imbarcato su navi militari e sommergibili.
    Per 77 giorni si provò a recuperare la motonave. Ma i tentativi furono vani. La “Città di Trapani” era talmente incagliato negli scogli che non si riuscì a liberare la chiglia dalla presa dei bassi fondali del mare che aveva dato il nome a quell’imbarcazione che riuscì a scampare alle bombe ed ai missili della seconda guerra mondiale. Ma non alle secche ed al mare di Trapani.
    In questa storia c’è anche il coraggio dei pescatori trapanesi, che con i loro pescherecci riuscirono a salvare passeggeri ed equipaggio, tornando più volte affianco alla paratia del “Città di Trapani”. L’ultima volta che salvare gli ultimi uomini rimasti a bordo, tra cui il comandante.
    L’indomani il mare di Trapani si sveglio con un tappeto di colore verde: era il carico di mandorle che dalla nave si era riversato in acqua uscendo dagli squarci aperti dagli scogli all’altezza delle stive. Una scena che mio padre ricorda perfettamente, così come ricorda quella grande nave col fumaiolo scuro ormeggiata, con la prua rivolta verso Ponente, al molo Sanità, la banchina dove oggi ormeggiano le grandi navi da crociera compresa tra il terminal degli aliscafi e la Stazione Marittima. Dietro invece attraccava il “Mazara”, la nave che si occupava dei collegamenti con Pantelleria e Lampedusa. Mia nonna, oggi 97enne, ancora ha in mente quando da casa sua, alla Marina, vedeva uscire la grande nave carica di merci e passeggeri. E ricorda benissimo anche quella mattina del 4 dicembre di 69 anni, quando il “Città di Trapani” uscì dal porto superando la Colombaia per prendere il largo. Ma poco dopo arrivò la notizia dell’incidente in mare: che nave era finita in secca vicino a Torre di Ligny. Tanti trapanesi allora si riversarono dalle parti del porto peschereccio per vedere il grande bastimento intrappolato negli scogli con attorno i mezzi arrivati per prestare soccorso. Era dicembre e molte barche che andavano a “cianciolo” erano tirate nello scalo di alaggio che c’era un tempo. I pescherecci che invece erano in mare erano quelli che facevano strascico. Ci fu un gran trambusto in città. E tutti si mobilitarono per provare a dare aiuto. Chi aveva la barca calata uscì sfidando le onde per salvare le persone a bordo. Da terra invece si faceva quanto necessario per accogliere i naufraghi. Si mobilitò un’intera comunità, composta in gran parte di pescatori e marittimi. Era la Trapani degli anni Cinquanta uscita da poco dalla guerra, con il ricordo delle bombe e dei morti ancora nitido. E le macerie degli edifici bombardati ancora per strada. E tra i pescatori che manovravano i pescherecci tra le onde vicino alla paratia del “Città di Trapani” c’era anche chi era stato in guerra imbarcato su navi militari e sommergibili.
    Per 77 giorni si provò a recuperare la motonave. Ma i tentativi furono vani. La “Città di Trapani” era talmente incagliato negli scogli che non si riuscì a liberare la chiglia dalla presa dei bassi fondali del mare che aveva dato il nome a quell’imbarcazione che riuscì a scampare alle bombe ed ai missili della seconda guerra mondiale. Ma non alle secche ed al mare di Trapani.

    Visualizza il video di Mario Torrente: Il relitto della Motonave «Città di Trapani»

    Relitto Motonave Città di Trapani
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  • 14 Settembre – Inizia l’evento «COUS COUS FEST» 2026 – Feedback production

    COMUNICATO STAMPA
    Cous Cous Fest, la 29^ edizione al via domani a San Vito Lo Capo

    Si parte con il Campionato italiano di cous cous Conad e con il live di Sal Da Vinci

    Sfide di cucina, cooking e spettacoli per una festa internazionale

    San Vito Lo Capo, 17 settembre 2026 – È tutto pronto a San Vito Lo Capo per la 29ª edizione del Cous Cous Fest, il festival internazionale dell’integrazione culturale che da domani, venerdì 18 settembre, fino al 27 settembre, porterà sulla spiaggia della cittadina siciliana dieci giorni di sapori, musica, spettacolo e incontro tra culture all’insegna dello slogan Make cous cous not war.

    Il Cous Cous Fest è organizzato dall’agenzia Feedback in partnership con il Comune di San Vito lo Capo, con il sostegno della Regione Siciliana (Assessorati del Turismo, dell’Agricoltura e delle Attività produttive), dei main sponsor Bia CousCous, Conad e Lepas, e degli official Amadori, Campari, Cannamela, Corona, Electrolux-Sagrim, Acqua Maniva, Oro Sicilia, Premiati Oleifici Barbera, Pril, Tenute Orestiadi e UniCredit.

    Il cous cous sarà, ancora una volta, il grande protagonista di una festa che da quasi trent’anni celebra la convivialità e il dialogo tra popoli. Un piatto simbolo di pace e integrazione culturale, patrimonio immateriale dell’Unesco dal 2020, capace di riunire intorno alla stessa tavola Paesi, religioni, tradizioni e storie differenti.

    A dare il via al programma saranno le grandi sfide di cucina. Si apre, infatti, con il Campionato italiano di Cous Cous Conad 2026 e il Next Generation Student Contest Conad, due competizioni che vedranno protagonisti chef professionisti e giovani talenti provenienti da tutta Italia.

    In gara per la competizione tra chef ci saranno Barbara Conti, food & travel blogger di Scicli (Ragusa), con Cous cous mediterraneo; Daniele Tantucci, chef e docente di cucina di Senigallia (Ancona), con Cous cous mediterraneo con tartare di tonno; Michele Perrino, milanese di origini pugliesi e founder di SUQSU Milano, con Armonia; e Carolina Rossino, vincitrice del web contest Conad, da Carloforte, in Sardegna, con Cascà estivu.

    Accanto ai professionisti saranno protagonisti quattro giovani studenti degli istituti alberghieri italiani, impegnati nel Next Generation Student Contest Conad. A sfidarsi saranno Lorenzo Listini, dell’Istituto Professionale per i servizi alberghieri di Assisi; Aurora Dall’Angelo, dell’Istituto “Olivelli-Putelli” di Darfo Boario Terme (Brescia); Lorenzo Madaschi, dell’Istituto Superiore Guido Galli di Bergamo e Alessia Groppuso, dell’IIS “Danilo Dolci” di Partinico (Palermo).

    Ad assaggiare i cous cous in gara ci sarà una giuria tecnica, presieduta da Manuela Zennaro, giornalista enogastronomica e collaboratrice de Il Gusto di Repubblica. Al suo fianco Marzia Roncacci, giornalista del Tg2 Rai e Laura Martino, food blogger. A completare il panel Giovanni Anania, amico del Cous Cous Fest e collaboratore di Fondazione Conad ETS e Giovanni Torrente, storico chef sanvitese che è stato capitano per ben cinque edizioni della squadra italiana al Cous Cous Fest, nonché vincitore dell’edizione 2002.

    “Il Cous Cous Fest è ormai parte dell’identità di San Vito Lo Capo e anche quest’anno ci apprestiamo a vivere dieci giorni in cui il nostro territorio incontra il mondo – dichiara il sindaco Francesco La Sala –. La forza di questa manifestazione sta nella capacità di mettere insieme persone, culture e generazioni diverse attraverso il linguaggio universale della cucina, della musica e dello spettacolo. Siamo pronti ad accogliere visitatori e ospiti da tutta Italia e dall’estero e a vivere, ancora una volta, una grande festa all’insegna dell’incontro e della condivisione”.

    “Il Cous Cous Fest è una manifestazione che negli anni ha saputo costruire un’identità forte, unendo culture, persone e territori attraverso il linguaggio universale del cibo. Sostenere da tanti anni questo appuntamento significa per noi continuare a essere vicini al territorio siciliano e alle iniziative che ne valorizzano l’identità, creando occasioni di incontro e partecipazione”, ha aggiunto Francesco Cicognola, Direttore Generale di PAC 2000A Conad.

    A inaugurare la grande festa sarà domani sera il live di Sal Da Vinci, uno degli appuntamenti più attesi della prima giornata del festival. Il concerto sarà una delle tappe della tournée estiva dell’artista, con uno spettacolo pensato per il grande pubblico e costruito per esaltare la dimensione live della sua musica: un viaggio emozionale tra i brani più amati della sua carriera e le canzoni che stanno segnando il suo nuovo capitolo artistico. L’accesso all’area concerto sarà gratuito. Sarà possibile acquistare un posto nell’Area Pit, lo spazio riservato sotto il palco, al costo di 15 euro, prevendita inclusa, attraverso i circuiti Ticketone e Ciaotickets:
    https://puntoeacapo.ciaotickets.com/ecommerce/evento/110513

    Il programma del Cous Cous Fest proseguirà per dieci giorni tra cucina, degustazioni, incontri, concerti e spettacoli, con chef e ospiti provenienti da tutto il mondo.

    Intorno alle gare si anima il villaggio gastronomico, spazio di degustazioni e profumi internazionali, dove è possibile assaporare tantissime interpretazioni del cous cous, mentre i cooking show vedono protagonisti grandi chef italiani e internazionali insieme ai custodi della tradizione locale, pronti a raccontare il territorio attraverso gesti, sapori e storie. Tra i protagonisti: Benedetta Parodi, storico volto di Pril, sabato 26 settembre alle ore 16.30 al Bia Theatre, in piazza Santuario, porterà in tavola un cous cous caponata e pesce spada in uno show promosso dal brand; Giorgione e la sua cucina verace con la sua Carbonara di cous cous abbinata al Gin Sale di Cantine Bianchi; la travolgente coppia Luca Pappagallo e Fabrizio Nonis, protagonisti di uno show frizzante tra segreti ai fornelli, storie di viaggio e una speciale interpretazione dei sapori del Mediterraneo. E ancora Andrea Lo Cicero e Gianni Marino di MasterChef che guideranno i più piccoli nella preparazione di una ricetta di cous cous: un’esperienza educativa, divertente e multiculturale. Anche il pubblico potrà mettersi alla prova con la Conad Cooking Challenge: una divertente gara ai fornelli in cui gli appassionati salgono sul palco per creare ricette d’effetto con ingredienti a sorpresa. Completano l’offerta i due attesi wine tasting firmati Terre Sicane Wine Fest e Tenute Orestiadi Wine Experience, mentre ogni domenica mattina la tradizione si accende con la classica Asta del Pesce per acquistare il pescato fresco.

    Oltre 20 ricette alle Case del Cous Cous
    Novità: arrivano il dessert e i ticket on line senza commissioni

    Le Case del Cous Cous sono il cuore gastronomico del festival. Le tre case sulla spiaggia di San Vito Lo Capo propongono oltre 20 ricette diverse, tra tradizione, creatività e contaminazioni dal mondo.

    Il menù dell’edizione 2026 si arricchisce di un dessert originale: il MouScùs! In edizione limitata, MouScùs combina gelato al gusto mou, crema inglese al cioccolato e un cous cous all’arancia, in edizione limitata.

    Tra le novità di quest’anno la possibilità di acquistare i biglietti on line senza commissioni.

    Niente code alle casse, niente attese. Solo tutto il gusto del Cous Cous Fest. Il wallet digitale si attiva direttamente dall’App ufficiale del Cous Cous Fest e si può ricaricare tutte le volte che vuoi. Arrivano anche i biglietti combo con la possibilità di inserire oltre al menu base l’Aperol Spritz, la birra Corona o il dessert del Cous Cous Fest: il MouScùs!

    Yoga, sport, benessere e arrampicate
    La spiaggia e le piazze di San Vito Lo Capo si trasformano anche in un luogo di sport e relax. Con Amadori Wellness on the beach l’appuntamento è al tramonto il 23 e 24 settembre per sessioni gratuite di yoga in riva al mare (con gadget ai primi 100 iscritti). Per i più intraprendenti, sul lungomare arriva il Dolmen Wall: adulti e bambini possono mettersi alla prova in totale sicurezza grazie al materasso di protezione e la guida degli istruttori Dolmen.

    Edusport ed Edufood: l’inclusione protagonista
    L’ASP di Trapani porta al festival il valore dell’integrazione. Il 21 e 22 settembre al Bia Theatre va in scena “EduFood Inclusion”, dove la cucina diventa laboratorio di autonomia e corretti stili di vita. Il 22 settembre ci si sposta in spiaggia con “EduSport Inclusion”, un evento aperto a tutti per vivere lo sport come gioco e condivisione senza barriere.

    Il cous cous
    Nato tra le dune del Maghreb, come pasto consumato dai Berberi, grazie alle sue caratteristiche il cous cous ha varcato i confini dell’area mediterranea per diventare un piatto diffuso ed apprezzato da Oriente a Occidente. Questa tradizionale pietanza a base di semola di grano duro, cotta a vapore, viene servita con una zuppa aromatica arricchita, di volta in volta, di verdure, legumi, carne o pesce.
    Alimento fatto di ingredienti poveri, il cous cous si connota per il suo grandissimo patrimonio simbolico tanto da essere stato riconosciuto, dal 2020, patrimonio culturale immateriale dell’Unesco. È il piatto della convivialità, dell’abbondanza e della fertilità, dell’unione e dell’integrazione, trait d’union tra culture e religioni differenti. Un cibo da consumare insieme nel segno dell’amicizia e della condivisione.

    San Vito Lo Capo
    Su un promontorio che guarda l’Africa, nella Sicilia Occidentale, San Vito Lo Capo è un piccolo paradiso mediterraneo. La spiaggia incanta con il suo splendore e il territorio è uno scrigno di tesori: angoli di terra e mare stretti nell’abbraccio di due riserve naturali, dello Zingaro e di Monte Cofano. Gli amanti del trekking possono andare alla scoperta di Monte Monaco o dei sentieri di campagna che, tra Macari e Castelluzzo, si snodano tra fichidindia, uliveti e fiori mediterranei. La natura regala emozioni uniche: le falesie di Monte Cofano, sentieri a strapiombo sul mare, promontori d’incredibile bellezza. Un lembo della Sicilia affascinante e tutto da scoprire.

    Angela Abbate
    Ufficio stampa

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  • Grotta Perciata (Cornino – Custonaci) Un post di Memmo Gambina – 2025 – (I sentieri di Gu)

    Dal post di Memmo Gambina inserito su FB in data 19/09/2025
    Magari ho visto troppi film di fantascienza, ma quella che vedete nella prima foto (realizzata da Nunzio Ilari e gentilmente concessa dall’Assocoazione DroneSet, che ringrazio) a me sembra una vecchia strada che collegava il mare con la “Grotta Perciata” (visibile nelle altre foto).
    Magari mi sbaglio o magari no e si tratta davvero di un’antica strada che il fuoco, dopo l’ultimo devastante incendio dello scorso 25 luglio, ha liberato dalla macchia mediterranea che l’ha sepolta per decenni.
    Nella seconda foto, da me modificata, potete vedere evidenziato in rosso, sia il tracciato della carreggiata, sia il punto in cui si trova l’accesso alla grotta perciata, che l’area che interessava la zona archeologica di una sito studiato in passato, ma che anziché mettere tutti d’accordo, ha lasciato molte domande in sospeso.
    Alcuni studiosi (non faccio nomi) sostenevano si potesse trattare della seconda città Eraclea in Sicilia, fondata da Dorieo, una città durata solo un trentennio e poi abbandonata, altri studiosi in disaccordo, hanno lasciato dubbi circa la sua natura, ma nessuno scavo è stato mai fatto, nessun rilievo serio, se non basarsi semplicemente sul ritrovamento dei cocci e della ceramica rinvenuta.
    Il fuoco raramente è un alleato, questa è una delle rarità, pertanto, sarebbe assai importante che qualche archeologo motivato, possa dare un’occhiata al sito in questione, approfittando che ancora non è cresciuta l’erba, perché a breve, dopo le prossime piogge, non solo non sarà più possibile effettuare rilievi, ma sarà addirittura pericoloso accedere al sito, poiché le piogge porteranno a valle tutto ciò che incontrano sul loro cammino.
    Carpe Diem!

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  • Erice rende omaggio alle campionesse d’Italia – 2026 – HANDBALL ERICE

    Dal comunicato stampa di Rossella Cosentino, Assessora alle Politiche Sportive del Comune di ERICE:
    Erice rende omaggio alle campionesse d’Italia. L’Amministrazione comunale ha accolto a Palazzo Municipale la Handball Erice. Riconoscimento alla squadra, allo staff e alla società per uno storico traguardo sportivo e per il contributo dato all’immagine della città.
    Erice rende omaggio alle campionesse d’Italia.
    Una sala consiliare gremita e un lungo applauso hanno accolto ieri, nella sede del Palazzo Municipale di piazza Antonino Zichichi, le atlete, lo staff tecnico e sanitario e i dirigenti della AC Life Style Handball Erice, ricevuti dall’Amministrazione comunale in occasione della recente conquista dello Scudetto nel campionato di pallamano femminile.
    Nel corso della cerimonia la sindaca Daniela Toscano ha consegnato una targa celebrativa alla società 📜🤝, esprimendo il ringraziamento della città per un risultato che rappresenta uno dei momenti più significativi nella storia sportiva di Erice.
    L’incontro è stato l’occasione per rendere omaggio non soltanto al prestigioso traguardo raggiunto, ma anche al percorso che negli anni ha portato la Handball Erice a consolidarsi tra le realtà di riferimento della pallamano italiana, contribuendo a promuovere il nome della città ben oltre i confini regionali. Particolare riconoscimento è stato rivolto alla società, alle atlete, allo staff tecnico e sanitario, ai dirigenti e a tutti coloro che hanno contribuito alla crescita del progetto sportivo, costruito nel tempo attraverso programmazione, competenza e spirito di appartenenza.
    DICHIARAZIONI
    «Questo scudetto è il punto di arrivo di una storia fatta di tenacia e di coraggio – ha dichiarato la sindaca, Daniela Toscano –. È forse proprio per questo che assume un valore ancora più grande. Negli anni la Handball Erice ha sfiorato più volte questo traguardo… Questa società, invece, ha trovato sempre la forza per ripartire e migliorarsi. La vittoria di quest’anno non nasce soltanto dal talento delle atlete, ma dalla capacità di credere in un progetto anche nei momenti più difficili. In questi anni le Arpie hanno conquistato trofei importanti e hanno costruito una credibilità che va ben oltre il campo da gioco. Erice è sempre più identificata come un modello positivo di sport».
    «La Handball Erice – afferma l’assessora allo sport Rossella Cosentino – rappresenta oggi un esempio concreto di come lo sport possa diventare strumento di crescita e promozione del territorio. Dietro questo successo ci sono anni di lavoro quotidiano, investimenti e sacrifici. Le Arpie 🦅 hanno saputo offrire un’immagine moderna, seria e vincente dello sport ericino, rafforzando il prestigio della nostra città a livello nazionale, anche nell’ottica della candidatura di Erice a Città Europea dello Sport ACES 2027. Di questo siamo profondamente orgogliosi»

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  • AC LIFE STYLE ERICE (Handball Erice) CAMPIONE D’ITALIA

    Dal comunicato stampa del Comune di ERICE:
    L’AC Life Style Erice conquista lo Scudetto 2025/26 scrivendo una pagina storica per lo Sport siciliano.
    Le Arpie entrano nell’albo d’oro con il primo tricolore della loro storia, impreziosendo un palmarès già ricco di successi, con tre Coppe Italia e tre Supercoppe.
    Uno Scudetto che riporta il titolo in Sicilia dopo 24 anni e che rappresenta un motivo di orgoglio per l’intera comunità.
    L’Amministrazione comunale di Erice si congratula con la società, le atlete, lo staff tecnico e i dirigenti per questo straordinario traguardo, frutto di impegno, programmazione e passione, rinnovando la propria vicinanza a una realtà sportiva sostenuta con convinzione nel suo percorso di crescita fino alla conquista di questo storico Scudetto per Erice e per tutta la Sicilia.
    Un plauso particolare a Norbert Biasizzo, vera anima di questo ambizioso progetto sportivo, che con visione, determinazione e passione ha guidato le Arpie fino a questo giorno storico, che consacra definitivamente la Handball Erice nell’élite della pallamano italiana con un traguardo destinato a rimanere nella storia.
    Complimenti, Arpie!
    GRAZIE Handball Erice

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