Trapani Nostra

L'archivio della memoria di Trapani e provincia

Categoria: Promozione territorio

  • ERICE: «Quando gli Egizi erano di “casa” ad Erice» di Giuseppe Abbita

    QUANDO GLI EGIZIANI ERANO DI “CASA” AD ERICE
    I KARDAKY DI ALESSANDRIA D’EGITTO

    La nobiltà degli edifici ericini, semplici ed austeri nello stesso tempo, ha un impatto unico su chi li guardi.
    Questa meraviglia urbanistica architettonica è stata modellata grazie al carattere degli ericini, ed ha contribuito a modellarne il carattere.
    Il degrado, lo vediamo ogni giorno, si va espandendo qua e là per l’intero tessuto urbano, dove gloriosi edifici storici, cortili e giardini non più abitati, si trasformano in ruderi avvinti dall’edera e da sterpi che ne accelerano il dissesto.
    Mi si potrà obiettare: sì, ma c’è il turismo?
    Ma quale turismo?
    Sporcizia dappertutto, e nessuno che se ne cura: non l’amministrazione comunale e neanche i conduttori delle numerose attività commerciali proliferate come funghi.
    Transitando per le strade di Erice, travagliate dal passaggio e dai resti di bivacchi estivi di orde fameliche, mi sovvengono le parole del Cordici, che andava orgoglioso dell’immagine dignitosa che offriva il contesto urbano della sua città, e che si compiaceva dell’aspetto bianco e nitido delle strade.
    E con rimpianto mi sovviene l’antica ordinanza dei Giurati, puntualmente di anno in anno rinnovata con apposito bando, che faceva obbligo ad ogni famiglia di tener pulito il tratto di strada antistante la propria abitazione, consuetudine che ricordo ancora viva fino ad alcuni decenni fa.
    Bei tempi, quando Erice ti accoglieva col suo odore di pulito e di chiodi di garofano dei dolci appena sfornati.
    E’ passato ormai quasi un secolo da quando Edoardo Caracciolo scoprì questa Città sul Monte, e dimostrò, con appassionato studio ed amorevole preoccupazione, che questo contesto ambientale rappresentava un esempio nobile e raro di civiltà “antica”, che i secoli ci consegnavano, dopo fortunose e talvolta drammatiche vicende.
    Bisognava, ammoniva già allora il Caracciolo, che “erronee interpretazioni delle esigenze e del modo di vivere tipici del nostro tempo” non lo profanassero.
    Fare rinascere Erice significa pertanto riportare in vita non solo gli edifici, ma anche tutte quelle attività artigianali, commerciali, ed anche istituzionali, in grado di ricreare condizioni socializzanti, condizioni capaci di sviluppare il senso di identità collettiva, il senso di appartenenza di chi risiede in questo magico luogo.
    Ed invece è stata profanata anche la memoria storica di questa nobile città.
    Uno dei luoghi di aggregazione collettiva , nel quale gli ericini si identificavano quali appartenenti ad una polis gloriosa, era la Piazza della “Loggia”, come tuttora viene intesa nella parlata corrente.
    Le Loggia erano uno spazio pubblico, probabilmente in parte coperto da un porticato, utilizzato per le riunioni cittadine.
    La Loggia aveva ospitato, per secoli, le Assemblee del Consiglio Civico, che venivano convocate dai Giurati per l’esame e la discussione dei più importanti problemi della comunità.
    Questa piazza, fino a tutto l’anteguerra, divenne non solo luogo di incontro e scambio di pettegolezzi (lo è tuttora), ma anche luogo in cui i ceti benestanti, professionali e delle “maestranze”, tenevano i loro circoli o i loro studi (“scagni”), e concludevano i loro affari.
    Ebbene, una recente ordinanza ha cancellato secoli di storia, intitolando la Piazza ad Antonino Zichichi, senza cenno alcuno alla denominazione precedente.
    *****
    Per risollevarmi, e per risollevarvi un po’ il morale stamane voglio raccontarvi una breve storia emblematica della vita pulsante, dell’accoglienza, della godibilità, e dei fasti passati di questa città.
    Alessandria, pur essendo la capitale culturale dell’Egitto, era una città decisamente europea e multiculturale. Ad attirare romanzieri, poeti, artisti europei fino alla metà del ‘900, era stata indubbiamente la bellezza di una città che i pascià ottomani avevano riempito di ville di stile italiano, palazzi in art déco, magnifici boulevard, ma anche di teatri, locali notturni, ristoranti, negozi.
    Ad Alessandria nacquero Filippo Tommaso Marinetti e Giuseppe Ungaretti, figli di italiani trasferitisi lì per lavoro, che in quello straordinario crogiuolo di etnie e culture diverse diedero vita ad una delle più esaltanti stagioni della cultura del Novecento.
    Ad Alessandria nacque e morì visse Konstantinos Kavafis uno dei più grandi poeti contemporanei.
    Ad Alessandria, agli inizi del XX secolo, viveva la famiglia Kardaky, una famiglia di industriali, di ricchi imprenditori di origine greca, provenienti, con molta probabilità, dall’isola di Corfù.
    Dall’inizio del Novecento e per gli anni del primo anteguerra Monte San Giuliano fu luogo di villeggiatura preferito da ricche famiglie di industriali, commercianti e professionisti, anche di diversa nazionalità che, provenienti dalle loro abituali residenze cittadine della fascia costiera nord africana, e specialmente da Tunisi, Tripoli, Il Cairo, Alessandria d’Egitto, vi trascorrevano una più tiepida estate.
    Fra queste, una delle più affezionate e puntuali all’appuntamento fu la famiglia Kardaky.
    Non sappiamo come ebbero modo di conoscere Erice. Forse furono inizialmente ospiti di qualche italiano conosciuto ad Alessandria.
    Si innamorarono perdutamente di Erice, convinti, non a torto, di avere trovato qui il Paradiso in terra, acquistarono un mal ridotto edificio, e lo ricostruirono secondo un costoso progetto chiaramente ispirato al più puro stile liberty proprio dell’epoca.
    L’attuale edificio, opportunamente e degnamente restaurato “si presenta come significativa testimonianza, che si esprime non solamente nel prospetto dai compositi, e lievi ritmi floreali, ma si estende anche nel disegno e decorazione degli ambienti interni e nei medesimi infissi e porte esterne ed interne, appositamente disegnate e realizzate da esperta mano artigiana”. Fra gli anni Quaranta e Cinquanta gli eredi dei Kardaky lasciarono definitivamente Erice.
    Ma si racconta, e qualcuno è pronto a metterci la mano sul fuoco, che nelle notti estive particolarmente calde, gli originari proprietari di casa Kardaky vi fanno ancora ritorno.
    ****** Mi è doveroso rivolgere un caro ed affettuoso pensiero a “Vincenzino”, il prof. Vincenzo Adragna, dal cui dattiloscritto inedito sul patrimonio edilizio di Erice, ho tratto questa notizia.

    articolo di: Giuseppe Abbita

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  • 09 Ottobre – Inizia l’evento «TEMPU RI CAPUNA» 2026 – Feedback production

    COMUNICATO STAMPA
    San Vito Lo Capo celebra il mare e la sua tradizione culinaria con “Tempuricapuna”
    Da venerdì 9 a domenica 11 ottobre degustazioni, spettacoli e incontri

    SAN VITO LO CAPO (TRAPANI). San Vito Lo Capo torna a rendere omaggio al suo legame più profondo, quello con il mare e con la tradizione della pesca del pesce azzurro, con la 13^ edizione di “Tempuricapuna”, in programma da venerdì 9 a domenica 11 ottobre. Tre giornate di incontri, degustazioni, musica e racconti per scoprire — o riscoprire — i sapori autentici e le storie della comunità marinara sanvitese.
    La rassegna è promossa dal Comune di San Vito Lo Capo, in collaborazione con l’Associazione Pescatori di San Vito Lo Capo, è sostenuta dal Libero Consorzio comunale di Trapani ed organizzata dall’agenzia Feedback.
    “Con la tredicesima edizione, Tempuricapuna si conferma un appuntamento importante per la nostra comunità e per la valorizzazione del rapporto con il mare – ha dichiarato il sindaco di San Vito Lo Capo, Francesco La Sala –. La manifestazione mette al centro il sapere dei pescatori, la qualità del pescato locale, la creatività degli chef e le tradizioni del territorio, promuovendo una cultura della pesca sostenibile e la conoscenza delle nostre eccellenze. Invito cittadini e visitatori a partecipare e a scoprire, attraverso i sapori del mare, l’autenticità di San Vito Lo Capo”.
    Ogni giorno la “Tavulata cu’ i piscatura” va in scena in via Venza che accoglie una lunga tavolata a cielo aperto per un’esperienza di allegria e convivio. Protagonisti i pescatori di San Vito Lo Capo, che cucinano e servono i piatti simbolo della cucina di mare locale — busiate al pesto trapanese, capone fritto, melone giallo, dolce siciliano e vino — in uno spirito di condivisione autentico e popolare (biglietto 15 euro).
    Sabato 10 e domenica 11 ottobre, dalle 9 alle 13:30, sarà possibile vivere il mare da protagonisti grazie alle escursioni in barca con i pescatori, un’esperienza suggestiva che permetterà di scoprire da vicino le tecniche tradizionali di pesca del capone e la vita quotidiana di chi del mare fa la propria casa.
    Le partenze sono previste dal molo sopraflutto (costo 35 euro, prenotazione obbligatoria al 347-7165057).
    Sabato e domenica mattina, alle ore 10, la Piazza Santuario si trasformerà in un autentico mercato del pesce con “Tempu ri mircatu”. Un momento spettacolare e genuino che ripropone le atmosfere dei mercati di una volta, tra voci, profumi e storie di mare.
    Ogni giorno i cooking show “Tempu ri storie sapuri e pignate”, con gli chef dei principali ristoranti di San Vito Lo Capo che propongono piatti che raccontano il mare valorizzando le materie prime del territorio con il supporto degli alunni dell’Istituto Pietro Piazza di Palermo. Protagonisti Vito La Sala, chef del ristorante Cinquantapassi, Francesca Rosselli chef e patron del ristorante La Carbonella, Peppe Salmeri, chef del ristorante Le Terrazze–Hotel Riviera, Giovanni Sugameli, chef e patron della Bottega Sugameli, Souad Achab, chef del ristorante Disìo e Laccialoro, Maria Vultaggio e Leonardo Paterna, chef di Ittico Tapas e Ittico Osteria di mare, Paola Cancelliere, chef del ristorante A Cantunera. Le ricette sono abbinate a vini di Tenute Orestiadi. A presentare tutti gli appuntamenti sarà Vittoria Abbenante.
    Ogni sera, la festa continuerà con spettacoli e musica in Piazza Santuario: venerdì 9 sul palco Mixology 80, sabato 10 The new band, domenica 11 ottobre The Remakers. (tutti i concerti sono alle ore 22 con ingresso libero).

    Il Capone
    La lampuga, o capone, è un pesce pelagico d’alto mare presente in tutto il Mediterraneo. Si pesca tra agosto e dicembre e si consuma fresco. Vive a stretto contatto con il fondo marino per poi risalire dalle profondità nel mese di settembre. Il suo nome deriva dalla forma del capo molto pronunciata.

    Angela Abbate
    Ufficio stampa

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  • Custonaci – «Memorie e Futuro» progetto per custodire la storia e costruire nuove prospettive

    Relitto Motonave Città di Trapani

    Testo inviatomi dal Comune di Custonaci:
    «Memorie e Futuro»: a Custonaci il progetto per custodire la storia e costruire nuove prospettive
    La «Città di Custonaci» si prepara ad accogliere, ancora una volta, nel mese di ottobre il progetto, promosso dall’Amministrazione comunale e sostenuto dall’Assessorato delle Autonomie Locali e della Funzione Pubblica della Regione Siciliana, denominato «Memorie e Futuro». L’iniziativa è nata con l’obiettivo di valorizzare la memoria, il patrimonio culturale e l’identità della cittadina collinare, guardando, al tempo stesso, alle nuove generazioni e alle prospettive future del territorio. Il progetto, giunto alla terza edizione, intende continuare a creare, infatti, un momento di confronto e di partecipazione in grado di mettere in relazione memoria e contemporaneità, tradizioni e innovazione, passato e futuro. Un percorso attraverso il quale la storia e le esperienze di una Comunità diventano patrimonio condiviso e occasione per riflettere sulle sfide e sulle opportunità che attendono la «Città di Custonaci». La nuova edizione di «Memorie e Futuro» vuole continuare a coinvolgere, pertanto, i custonacesi (piccoli e grandi), la scuola, la parrocchia e le numerose realtà associative, favorendo un dialogo tra generazioni e rafforzando il loro senso di appartenenza verso il territorio custonacese.
    «La memoria non rappresenta soltanto – afferma il Sindaco di Custonaci Fabrizio Fonte – la conservazione di ciò che è stato, ma può essere concepita, piuttosto, come uno strumento per comprendere il presente e progettare il futuro. È da questa consapevolezza che nasce l’idea di un’iniziativa capace di valorizzare le testimonianze, le tradizioni e il patrimonio della «Città di Custonaci», trasformandoli in una risorsa per lo sviluppo culturale e sociale del territorio. Il progetto «Memorie e Futuro» non a caso si inserisce – prosegue il primo cittadino – in una più ampia visione di valorizzazione della comunità custonacese, nella quale cultura, identità e partecipazione rappresentano elementi fondamentali per costruire nuove opportunità. Anche quest’anno – conclude Fabrizio Fonte – il fitto calendario, che si svilupperà per un mese intero, sarà, dunque, un’occasione per ritrovarsi, per raccontare ciò che siamo stati, per comprendere ciò che siamo e per immaginare insieme ciò che possiamo diventare».

    Relitto Motonave Città di Trapani
    Relitto Motonave Città di Trapani
    Relitto Motonave Città di Trapani
    Relitto Motonave Città di Trapani
    Relitto Motonave Città di Trapani

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  • Libri: «01. Palazzo Milo sulla Rua Nova», realizzato dalla Soprintendenza per i Beni Culturali ed Ambientali di Trapani – Regione Siciliana – 2005

    Dalla presentazione di Giuseppe Gini – Soprintendente ai Beni Culturali e Ambientali di Trapani:  Palazzo Milo, dal 1995 sede della Soprintendenza ai Beni Culturali ed Ambientali di Trapani, per la posizione privilegiata che occupa in pieno centro storico lungo una delle più antiche arterie della città, la Rua Nova, si configura oggi con i suoi spazi qualificati – la biblioteca specialistica, l’antico salone delle feste adibito a sala conferenze, gli spazi espositivi, il museo della stampa tipografica – come sede rappresentativa per eventi culturali, dalle mostre ai convegni, che possano permettere al pubblico anche un’agevole conoscenza dell’attività svolta dalla Soprintendenza. … – Ringrazio il dott. Renato Alongi che mi ha dato la possibilità di inserire il libro all’interno nel sito.

    visualizza il libro

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  • Trapani: Il relitto della Motonave «Città di Trapani», testo tratto da un post di Mario Torrente

    Relitto Motonave Città di Trapani

    Testo dal post di Mario Torrente:
    Una storia custodita nel mare di Trapani: il relitto del “Città di Trapani”
    In questo video, che ho girato nel tratto di mare proprio davanti al Villino Nasi, vi porto sott’acqua per mostrarvi ciò che resta del relitto del “Città di Trapani”, la grande motonave, lunga 88 metri e larga 12, finita sugli scogli il 4 dicembre 1957 a poche centinaia di metri dalla costa. Era da poco uscita dal porto di Trapani diretta verso Palermo. Fu un doppio naufragio, visto che durante le operazioni di soccorso affondò il “Pirano”, uno dei rimorchiatori che uscirono in mare, sfidando le onde del maestrale, assieme ad altri pescherecci e imbarcazioni, per prestare soccorso alla nave in difficoltà dopo che si era incagliata nella secca Balata.
    A bordo complessivamente c’erano 46 persone. Le vittime furono sei, due del “Pirano”, ovvero il comandante ed il direttore di macchina, mentre tra i componenti dell’equipaggio del “Città di Trapani” persero la vita diversi ufficiali: il primo ed il secondo di coperta, il secondo di macchina e l’allievo ufficiale di coperta. Due corpi non vennero mai ritrovati.
    Alle operazioni di soccorso parteciparono anche due elicotteri arrivati da Palermo, mentre soffiava forte vento di maestrale e le imbarcazioni arrivate sul posto per prestare soccorso venivano sballottate dalla furia del mare agitato. E furono proprio i pescherecci trapanesi che, riuscendo ad affiancarsi sulla paratia del “Città di Trapani” nonostante le difficili condizioni meteo e le violente mareggiate che non davano tregua, riuscirono a salvare i passeggeri e quasi tutti i componenti dell’equipaggio, alcuni dei quali vennero riportati a terra feriti.
    Quella del “Città di Trapani” è sicuramente una storia da raccontare e ricordare, custodita nei bassi fondali della scogliere del Villino Nasi, e che ci parla anche del coraggio degli uomini di mare trapanesi, sempre pronti a sfidare le onde e rischiare barca e vita per prestare soccorso a chi è in difficoltà in balia delle onde. Durante le operazioni di salvataggio ci fu anche un pescatore che si fece calare più volte da un elicottero per provare a salvare l’allievo ufficiale bloccato nella timoneria del rimorchiatore. Finendo anche in mare.
    A bordo del “Città di Trapani” salì poi un vigile del fuoco, proprio mentre la nave era incagliata e sferzata dalle onde del mare in tempesta, mentre i pescherecci manovravano tra i marosi riuscendo a mettere in salvo passeggeri ed equipaggio, non lasciando mai da soli gli uomini dell’equipaggio rimasti a bordo fino alla fine nel tentativo di salvare la nave. E di episodi da ricordare, in questa tragedia del mare consumatasi proprio davanti la città di Trapani, ce ne sono davvero tanti. A partire dalla storia di questa nave che in origine si chiamava “Città di Marsala”, bastimento che scampò ai siluri ed alle bombe della seconda guerra mondiale, rischiando di affondare in Grecia e poi di finire nella mani degli jugoslavi durante l’occupazione di Trieste. Quei pezzi di ferro arrugginiti e la parte ancora affiorante che si vede dal porto peschereccio, ci ricordano dunque anche gli orrori della guerra. E tutte le vite spezzate in quel tristissimo periodo.
    Finito il conflitto, la nave “Città di Marsala” venne ribattezzata “Città di Trapani”, in memoria della gemella affondata, dopo essere stata colpita da un siluro, davanti alle coste libiche durante la seconda guerra mondiale. Quando, dipinta di bianco e con la grande croce rossa al centro, la nave varata nel 1929 col come della città di Trapani venne riconvertita dalla Regia Marina in nave ospedale. Ed anche questa, assieme alle tante missioni di salvataggio e recupero di feriti nel mar Mediterraneo, sarebbe una storia da inserire nel grande libro della memoria del mare e della marineria trapanese. Perchè quella nave, a prescindere dall’equipaggio e dalle persone che erano a bordo, portava il nome “Città di Trapani”.
    Un nome che oggi, a decenni di distanza da quei fatti, racconta di due naufragi. Il primo nel bel mezzo della seconda guerra mondiale, quando il “Città di Trapani” trasportava soldati feriti e chi era a bordo per aiutarli. Il secondo disastro, invece, si consumò a pochissima distanza dalla città di cui la nave portava il nome.
    E proprio nei bassi fondali del mare trapanese la motonave “Città di Trapani” il 4 dicembre del 1957 si fermò per sempre, con alcune parti che, in base alla marea, sono quasi affioranti, come si vede dalle immagini che ho girato e che condivido in questo video per mostrarvi ciò che resta del relitto: probabilmente si potrebbe trattare del doppio fondo dello scafo, della parte inferiore sul paramezzale e di una punto di quella che doveva essere la stiva di carico. Si vede anche molto bene un’ordinata della nave. Più avanti, quasi a pelo d’acqua (ed infatti nei decenni tante barche ci sono andate a sbattere) c’è una struttura con dei fori chiamati “passi d’uomo”, usati per ispezionare la sentina (si vedono anche in altre parti del relitto) dove probabilmente poggiavano le lamiere della stiva. Una costruzione perfettamente in linea con la tipologia di una nave in ferro tipica dei primi anni del 900, un modello successivamente superato con l’avvento dei doppi scafi.
    Sparse in altri punti della secca ci sono anche delle parti superstiti della struttura della nave (o forse pure pezzi del Pirano), come quella ancora affiorante che si vede passeggiando lungo la strada principale del porto peschereccio. A distanza sembra uno scoglio. Ma non è un pezzo di roccia. E’ una parte del “Città di Trapani” che ci ricorda cosa successe in questo tratto di mare, a pochissima distanza dalla costa, 69 anni fa.
    Tra l’altro il prossimo anno sarà il settantesimo anniversario di quella tragedia. Forse sarebbe il caso di provare a tenere viva la memoria di quelle vittime. Le loro storie. Il coraggio di chi andò a prestare soccorso sfidando il mare in burrasca e salvando tante vite. Ma anche quel senso del dovere, del sacrificio e tutti i valori della tradizione marinara che i marittimi portano con loro a bordo in ogni imbarco. La tragedia del “Città di Trapani” e del “Pirano” ci ricorda anche questo. La storia del naufragio del “Città di Trapani” e del “Pirano” rappresenta una pagina di memoria che ci parla di vittime del mare ma anche del coraggio di chi sfidò le onde del Maestrale per salvare passeggeri ed equipaggio.
    Il “Città di Trapani” era una motonave, varata nel 1929, lunga 88 metri, larga 12 ed in grado di portare 600 persone, che faceva parte di una serie di nove bastimenti da impiegare nelle linee del Mediterraneo. Ma il suo nome originario era “Città di Marsala”, ribattezzata nel 1948 “Città di Trapani” dopo l’affondamento della gemella, il “Città di Trapani” per l’appunto, che durante la seconda guerra mondiale venne adibita a nave ospedale: affondò, dopo essere stato silurata, al largo della Libia. Anche il “Città di Marsala” durante la guerra venne usata dalla Regia Marina per il trasporto truppe e materiali.
    Venne anche silurata e rischiò di affondare. Ma restò a galla e l’equipaggio riuscì a portarla in porto. A Trieste, invece, stava per finire nelle mani degli jugoslavi, ma era senza motore e semi affondata. E forse per questo si salvò, considerate le difficoltà per spostarla. Alla fine rimase italiana.
    Dopo la guerra, in ricordo della gemella affondata, la nave “Città di Marsala” venne ribattezzata “Città di Trapani” ed entrò in servizio per la Tirrenia nelle linee del Mar Mediterraneo, inizialmente per i collegamenti tra Civitavecchia e Olbia. Successivamente in altre tratte che facevano scalo a Trapani. E fu proprio durante uno di questi viaggi, con la nave proveniente da Cagliari e successivamente diretta a Palermo, che si consumò la tragedia costata la vita a sei marittimi, due dei quali non vennero mai ritrovati. Altri corpi vennero invece restituiti dal mare: uno, quello del comandante del Pirano, nella spiaggetta del Villino Nasi. Il cadavere del primo ufficiale venne ritrovato nei pressi della Torre di Nubia mentre quello dell’allievo ufficiale venne recuperato grazie all’intervento di due elicotteri ed al coraggio di un pescatore trapanese che per ben due volte si fece calare dall’elicottero, finendo pure in acqua dopo che si ruppe il cavo, rischiando quindi la vita. Ma l’indomani si offrì nuovamente volontario. Quel giorno venne recuperato il corpo, purtroppo senza vita, dell’allievo ufficiale bloccato, col giubbotto salvagente addosso, nella timoneria del Pirano.
    In questa storia c’è anche il coraggio dei pescatori trapanesi, che con i loro pescherecci riuscirono a salvare passeggeri ed equipaggio, tornando più volte affianco alla paratia del “Città di Trapani”. L’ultima volta che salvare gli ultimi uomini rimasti a bordo, tra cui il comandante.
    L’indomani il mare di Trapani si sveglio con un tappeto di colore verde: era il carico di mandorle che dalla nave si era riversato in acqua uscendo dagli squarci aperti dagli scogli all’altezza delle stive. Una scena che mio padre ricorda perfettamente, così come ricorda quella grande nave col fumaiolo scuro ormeggiata, con la prua rivolta verso Ponente, al molo Sanità, la banchina dove oggi ormeggiano le grandi navi da crociera compresa tra il terminal degli aliscafi e la Stazione Marittima. Dietro invece attraccava il “Mazara”, la nave che si occupava dei collegamenti con Pantelleria e Lampedusa. Mia nonna, oggi 97enne, ancora ha in mente quando da casa sua, alla Marina, vedeva uscire la grande nave carica di merci e passeggeri. E ricorda benissimo anche quella mattina del 4 dicembre di 69 anni, quando il “Città di Trapani” uscì dal porto superando la Colombaia per prendere il largo. Ma poco dopo arrivò la notizia dell’incidente in mare: che nave era finita in secca vicino a Torre di Ligny. Tanti trapanesi allora si riversarono dalle parti del porto peschereccio per vedere il grande bastimento intrappolato negli scogli con attorno i mezzi arrivati per prestare soccorso. Era dicembre e molte barche che andavano a “cianciolo” erano tirate nello scalo di alaggio che c’era un tempo. I pescherecci che invece erano in mare erano quelli che facevano strascico. Ci fu un gran trambusto in città. E tutti si mobilitarono per provare a dare aiuto. Chi aveva la barca calata uscì sfidando le onde per salvare le persone a bordo. Da terra invece si faceva quanto necessario per accogliere i naufraghi. Si mobilitò un’intera comunità, composta in gran parte di pescatori e marittimi. Era la Trapani degli anni Cinquanta uscita da poco dalla guerra, con il ricordo delle bombe e dei morti ancora nitido. E le macerie degli edifici bombardati ancora per strada. E tra i pescatori che manovravano i pescherecci tra le onde vicino alla paratia del “Città di Trapani” c’era anche chi era stato in guerra imbarcato su navi militari e sommergibili.
    Per 77 giorni si provò a recuperare la motonave. Ma i tentativi furono vani. La “Città di Trapani” era talmente incagliato negli scogli che non si riuscì a liberare la chiglia dalla presa dei bassi fondali del mare che aveva dato il nome a quell’imbarcazione che riuscì a scampare alle bombe ed ai missili della seconda guerra mondiale. Ma non alle secche ed al mare di Trapani.
    In questa storia c’è anche il coraggio dei pescatori trapanesi, che con i loro pescherecci riuscirono a salvare passeggeri ed equipaggio, tornando più volte affianco alla paratia del “Città di Trapani”. L’ultima volta che salvare gli ultimi uomini rimasti a bordo, tra cui il comandante.
    L’indomani il mare di Trapani si sveglio con un tappeto di colore verde: era il carico di mandorle che dalla nave si era riversato in acqua uscendo dagli squarci aperti dagli scogli all’altezza delle stive. Una scena che mio padre ricorda perfettamente, così come ricorda quella grande nave col fumaiolo scuro ormeggiata, con la prua rivolta verso Ponente, al molo Sanità, la banchina dove oggi ormeggiano le grandi navi da crociera compresa tra il terminal degli aliscafi e la Stazione Marittima. Dietro invece attraccava il “Mazara”, la nave che si occupava dei collegamenti con Pantelleria e Lampedusa. Mia nonna, oggi 97enne, ancora ha in mente quando da casa sua, alla Marina, vedeva uscire la grande nave carica di merci e passeggeri. E ricorda benissimo anche quella mattina del 4 dicembre di 69 anni, quando il “Città di Trapani” uscì dal porto superando la Colombaia per prendere il largo. Ma poco dopo arrivò la notizia dell’incidente in mare: che nave era finita in secca vicino a Torre di Ligny. Tanti trapanesi allora si riversarono dalle parti del porto peschereccio per vedere il grande bastimento intrappolato negli scogli con attorno i mezzi arrivati per prestare soccorso. Era dicembre e molte barche che andavano a “cianciolo” erano tirate nello scalo di alaggio che c’era un tempo. I pescherecci che invece erano in mare erano quelli che facevano strascico. Ci fu un gran trambusto in città. E tutti si mobilitarono per provare a dare aiuto. Chi aveva la barca calata uscì sfidando le onde per salvare le persone a bordo. Da terra invece si faceva quanto necessario per accogliere i naufraghi. Si mobilitò un’intera comunità, composta in gran parte di pescatori e marittimi. Era la Trapani degli anni Cinquanta uscita da poco dalla guerra, con il ricordo delle bombe e dei morti ancora nitido. E le macerie degli edifici bombardati ancora per strada. E tra i pescatori che manovravano i pescherecci tra le onde vicino alla paratia del “Città di Trapani” c’era anche chi era stato in guerra imbarcato su navi militari e sommergibili.
    Per 77 giorni si provò a recuperare la motonave. Ma i tentativi furono vani. La “Città di Trapani” era talmente incagliato negli scogli che non si riuscì a liberare la chiglia dalla presa dei bassi fondali del mare che aveva dato il nome a quell’imbarcazione che riuscì a scampare alle bombe ed ai missili della seconda guerra mondiale. Ma non alle secche ed al mare di Trapani.

    Visualizza il video di Mario Torrente: Il relitto della Motonave «Città di Trapani»

    Relitto Motonave Città di Trapani
    Relitto Motonave Città di Trapani
    Relitto Motonave Città di Trapani
    Relitto Motonave Città di Trapani

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  • Trapani: Lo Scoglio Palumbo, brevi cenni di Mario Torrente

    Sbarco Madonna di Custonaci 2023

    Testo dal post di Mario Torrente:
    Il faro dello scoglio Palumbo, separato da uno stretto braccio di mare dall’isolotto della Colombaia. Questo fanale, il cui progetto iniziale risale al 1858, quindi al tempo dei Borboni e poco prima dell’Unità d’Italia, venne attivato nel 1881 per segnalare la presenza di secche e scogli nei pressi dell’imboccatura del porto di Trapani, guidando quindi nella navigazione chi arrivava dal mare. La torre cilindrica è alta 12 metri mentre la luce si trova a 16 metri sul livello del mare. Un luogo che, visto dal mare, regala ancora un’altra prospettiva. Da raggiungere in canoa, con Trapani alle spalle, la Colombaia a poca distanza e la possibilità di pagaiare dal villino Nasi a Torre di Ligny per arrivare alle Mura di Tramontana. Tutto ad un tiro di schioppo dal brusio della città…anche questa è la Trapani da vivere e scoprire anche via mare.

    Visualizza il video di Mario Torrente: Trapani – Il faro dello scoglio Palumbo

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  • Custonhenge -I Sentieri di Gu – Dicembre 2022 – Memmo Gambina

    Dal post di Memmo Gambina inserito su FB in data 19/09/2025
    “Custonhenge”
    Luoghi di assoluto fascino, scolpiti dal tempo e lontani (per alcuni davvero remoti, inarrivabili) dal disordine in cui ci siamo abituati a sopravvivere e proiettare le nostre frequenze più basse.
    Ma la vera fonte di vita è lì, nelle viscere delle nostre montagne che senza alcun orologio, nessun ticchettio, scandiscono il tempo e lo custodiscono nei giganti che vivono in esso, veri e propri guardiani di pietra.
    È la natura in simbiosi con l’uomo che non c’é più, quello che offriva ad essa il massimo rispetto, celebrandola nella sua luce divina.
    Lo stesso uomo che oggi rinnega le proprie origini, celate in uno spessore intoccabile di saccenteria e scetticismo.
    Mancano dieci giorni al solstizio invernale, giorno in cui il sole si ferma ad osservare il creato, da quel momento inizia il risveglio della natura, lento, lentissimo, ogni giorno che passa equivale ad un respiro profondo, la rinascita, la consapevolezza di tornare alla vera essenza di questa vita.
    Così è per la natura, così è per l’uomo che affida ad essa la sua vera esistenza profonda, divina.
    Questo incanto si trova a due passi da casa nostra, ma per poterlo ammirare occorre sacrificio, speranza e soprattutto rispetto, non è un drive in, un cinema all’aperto, ma un luogo di meditazione, di silenzio.
    A volte il sole vola più in alto delle nubi che coprono il palcoscenico, così lo spettacolo non va in scena, a volte punti la sveglia e ti alzi di notte, facendo km di auto per arrivare in tempo, muovendoti al buio tra le rocce appuntite che nascondono e proteggono il grande guardiano dei monti, ma poi … nulla accade, devi tornartene a casa deluso, perché un soffio autorevole sulle nuvole (soprattutto in inverno) copre il sole, impedendo al grande sovrano di manifestarsi.
    A volte però, accade anche il miracolo, il dono più grande che potresti ricevere … e credetemi, è quello per la quale vale sempre la pena insistere, perché tu sei lì, ci hai creduto, aspetti e aspetti, fino a quando … come in un incantesimo, arriva lei, questa incandescente luce che pizzica gli occhi, donandoti ciò che non puoi nemmeno immaginare pochi istanti prima, ma che all’improvviso è lì con te, raggiante, intensa, folgorante, semplicemente TUA!

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  • Grotta Perciata (Cornino – Custonaci) Un post di Memmo Gambina – 2025 – (I sentieri di Gu)

    Dal post di Memmo Gambina inserito su FB in data 19/09/2025
    Magari ho visto troppi film di fantascienza, ma quella che vedete nella prima foto (realizzata da Nunzio Ilari e gentilmente concessa dall’Assocoazione DroneSet, che ringrazio) a me sembra una vecchia strada che collegava il mare con la “Grotta Perciata” (visibile nelle altre foto).
    Magari mi sbaglio o magari no e si tratta davvero di un’antica strada che il fuoco, dopo l’ultimo devastante incendio dello scorso 25 luglio, ha liberato dalla macchia mediterranea che l’ha sepolta per decenni.
    Nella seconda foto, da me modificata, potete vedere evidenziato in rosso, sia il tracciato della carreggiata, sia il punto in cui si trova l’accesso alla grotta perciata, che l’area che interessava la zona archeologica di una sito studiato in passato, ma che anziché mettere tutti d’accordo, ha lasciato molte domande in sospeso.
    Alcuni studiosi (non faccio nomi) sostenevano si potesse trattare della seconda città Eraclea in Sicilia, fondata da Dorieo, una città durata solo un trentennio e poi abbandonata, altri studiosi in disaccordo, hanno lasciato dubbi circa la sua natura, ma nessuno scavo è stato mai fatto, nessun rilievo serio, se non basarsi semplicemente sul ritrovamento dei cocci e della ceramica rinvenuta.
    Il fuoco raramente è un alleato, questa è una delle rarità, pertanto, sarebbe assai importante che qualche archeologo motivato, possa dare un’occhiata al sito in questione, approfittando che ancora non è cresciuta l’erba, perché a breve, dopo le prossime piogge, non solo non sarà più possibile effettuare rilievi, ma sarà addirittura pericoloso accedere al sito, poiché le piogge porteranno a valle tutto ciò che incontrano sul loro cammino.
    Carpe Diem!

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  • 18 Aprile 2026 – Trapani su RAI2 BellaMà con gli «Ottoni Animati»

    Le foto sono tratte da screenshot del video originale

    RAI 2 – programma BellaMà. Ancora una volta (18 Aprile 2026) Trapani è nuovamente all’interno di un programma televisivo nazionale condotto da Pierluigi Diaco.


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  • La Signora FONTANA, sedotta e abbandonata (tratto dalla pagina FB di Mario Torrente)

    12/03/2026 – Che fine ha fatto il restauro della statua di Venere della Chiazza? La storica fontana della ex piazza mercato del pesce da anni versa ormai in condizioni di abbandono, perdendo pezzi e con più parti della statua in ghisa arrugginite. Non è sicuramente un’immagine edificante per un monumento che rappresenta una parte importante della memoria e identità trapanese, segnando anche un senso dell’appartenenza. «Questo è l’inizio di un testo pubblicato da Mario Torrente sulla sua pagina FB – ve lo propongo integralmente assieme alle foto a corredo e ringrazio Mario per la concessione gratuita».

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  • Il Gruppo scultoreo del POPOLO dentro Palazzo Cavarretta (tratto dalla pagina FB di Mario Torrente)

    Oggi 11/03/2026 è stata scritta un’altra pagina nella plurisecolare storia della processione dei Misteri. Il gruppo del Popolo questo pomeriggio, dopo i lavori di restauro eseguiti nei mesi scorsi, è stato portato a Palazzo Cavarretta, trovando posto nell’androne dove anticamente c’era l’antica loggia dei Pisani, la sede del loro consolato a Trapani. «Questo è l’inizio di un testo pubblicato da Mario Torrente sulla sua pagina FB – ve lo propongo integralmente assieme alle foto a corredo e ringrazio Mario per la concessione gratuita».

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